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I frutteti di mango dello Zamra, nel Tigray

di Alex de Waal, Tlaxcala, 12 marzo 2021, traduzione italiana di Milena Rampold, ProMosaik. Alcuni giorni fa le truppe eritree ed etiopi hanno tagliato i frutteti di mango di Adeba e di Tseada sul fiume Zamra, nel centro-sud del Tigray. Non si tratta di un massacro, di uno stupro collettivo o di una tortura. L’abbattimento di questi alberi da frutta è invece una prova degli obiettivi bellici dei governi di Asmara ed Addis-Abeba.

Ecco quello che dice il mio amico e collega Mulugeta Gebrehiwot durante una conversazione telefonica dai dintorni il 1° marzo:

  “… Sono venuti con cinque divisioni eritree e con due divisioni etiopi e hanno iniziato una campagna nella parte meridionale del Tigray, nella regione di Samre. Le forze tigrine si trovavano nell’estremo sud. Hanno distrutto la città di Samre. Sono venuti con dei camion Sino, hanno caricato il grano dei contadini e [indistinto]… è anche difficile esprimere in parole il livello di questa distruzione.

C’è una valle che aveva un sistema di irrigazione con una piantagione estesa di mango. Hanno raso letteralmente al suolo questo villaggio. La piantagione si trovava su un fiume chiamato Zamra. Qui parliamo di un impianto di irrigazione e di due grandi villaggi, Adeba e Tseada. Hanno letteralmente tagliato gli alberi, gli alberi da frutta. Sicuramente Lei si ricorda che avevamo dei mango a casa quando Lei ci aveva fatto visita a Mekele l’ultima volta; una delle nostre sorelle che viveva nel villaggio ci aveva portato dei mango da lì. Ora tutti gli alberi sono stati tagliati. Ci vogliono 6-7 anni prima che un albero di mango dia i suoi frutti. Questo significa condannare la gente alla povertà per i prossimi 6-7 anni, a condizione che gli alberi vengano rimpiantati immediatamente.

Ecco quanto abbiamo sentito oggi. Questo rapporto mi è stato trasmesso due ore fa.”

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Il taglio degli alberi da frutta è soggetto ad un divieto speciale e secolare nelle leggi belliche. Nel verso 20,19 del Deuteronomio Dio ordina agli ebrei:

“Quando cingerai d’assedio una città per lungo tempo, per espugnarla e conquistarla, non ne distruggerai gli alberi colpendoli con la scure; ne mangerai il frutto, ma non li taglierai, perché l’albero della campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell’assedio? 20 Soltanto potrai distruggere e recidere gli alberi che saprai non essere alberi da frutto, per costruire opere d’assedio contro la città che è in guerra con te, finché non sia caduta.”

Questa ingiunzione è stata poi sviluppata nella tradizione islamica nel consiglio famoso e spesso citato di Abu Bakr, il primo califfo, che ai musulmani impartiva le seguenti istruzioni:

“Fermatevi, soldati! Ho dieci raccomandazioni da darvi per guidarvi sul campo di battaglia. Non tradite e non deviate dal retto cammino. Non mutilate i cadaveri dei vostri nemici, non uccidete donne, bambini, vecchi, non tagliate gli alberi di frutta, non distruggete nessun luogo abitato e non sgozzate nessun montone, nessuna vacca e nessun cammello dei vostri nemici, almeno ché non vi serva da nutrimento. Non bruciate le palme e non inondatele. Non commettete alcuna frode (ad esempio manipolando il bottino di guerra) e non rendetevi colpevoli di codardia […] Sul vostro cammino troverete della gente che si è consacrata alla vita monastica, lasciatela in pace.”

Queste tradizioni proteggono gli alberi da frutto perché rappresentano la fonte essenziale di sostentamento delle popolazioni rurali. Distruggerli è una forma particolarmente grave di crimine di carestia in quanto ci vogliono anni affinché gli alberi distrutti possano ricrescere.

La distruzione cieca dei frutteti lungo il fiume Zamra rivela le intenzioni degli esercizi che imperversano nel Tigray. Il loro obiettivo consiste nel ridurre il popolo tigrino alla penuria e di spremerlo in modo tale che non possa mai più riprendersi.

Si tratta del crimine di guerra più antico, ancorato nei libri.

Bari, gennaio 2021 

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