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Insegnare l’Utopia in tempi di pandemia: riflessioni dal confinamento

Gustavo Hernández Sánchez 30/03/2020
“Nessuno sa cosa verrà dopo. Forse è utile usare questi giorni di isolamento per immaginare altri mondi lontani da questa realtà distopica”

Tradotto da Alba Canelli

Scrivo queste righe senza uno scopo chiaro e preciso. Non intendo dare lezioni. Sicuramente dovrei chiarirmi un po’ e vedere se riesco a trovare un punto d’incontro con qualcuno dall’altra parte di questo isolamento. Sì, questa è sicuramente l’intenzione di queste note. Cercare qualcuno alla fine di questo tunnel verso il quale corriamo, collettivamente e, allo stesso tempo, da soli e individualmente. Potremmo dire che siamo anche di fronte a un crollo introspettivo. Come nel romanzo La peste di Albert Camus, a poco a poco, tutto questo ci ha colto completamente alla sprovvista. C’è stato chi ha riso all’inizio, come nel romanzo, quando ha visto che l’indice di vendita di questo libro cresceva nel calore delle notizie che ci arrivavano sull’evoluzione del virus, che getta, come in esso, l’essere umano contro l’assurdo. Il meccanismo è simile. Almeno, chi ha avuto la fortuna di poterlo acquistare nei primi giorni, oggi potrà godere di una buona lettura, che parla dell’essere e dell’esistenza, del sostegno reciproco e della libertà individuale di fronte all’indifferenza e all’autorità. È vero che Camus ha criticato la restrizione della libertà nelle dittature, in particolare l’occupazione nazista della Francia durante la seconda guerra mondiale, quindi il romanzo continuerà ad essere utile nei prossimi mesi. Conservatelo. Non abbandonate ancora i suoi insegnamenti, non ancora… 

Tutti oggi sanno come questa piaga è arrivata a loro. Nel mio caso, stavo spiegando l’Umanesimo ai miei studenti di un liceo della provincia di Avila. Non pensate che sia un bel paradosso? Una delle attività che avevo previsto era quella di spiegare l’origine etimologica della parola Utopia, dall’opera di Tommaso Moro, che vi ho raccomandato come lettura volontaria per questi giorni. Molti sapranno già che l’etimologia di questo concetto ha due significati, non necessariamente incompatibili: il primo (dal greco, NdT)? οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non-luogo”; il secondo? εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”), che significa quindi “buon luogo”. Un altro mondo migliore. Ebbene, si è scoperto che la spiegazione è stata sviluppata nel bel mezzo dell’inizio di questa crisi e molte persone non avevano nemmeno sentito parlare di questa parola, che non conoscevano completamente, quindi mi è sembrato importante sottolinearla, dedicandole un’intera sessione.
In quei giorni, il tempo aveva ancora un valore secondo un regime economico che ci disciplinava, costringendoci a coprire l’intera agenda, rapidamente, velocemente… Durante il suo sviluppo, nonostante i miei sforzi, mi è stato più facile spiegare il suo concetto opposto (distopia) che la parola in questione. Sapete che la pedagogia raccomanda di cercare esempi ravvicinati, che i nostri studenti possono facilmente identificare. È già noto dire che nelle società di oggi, società postmoderne, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. E così è anche per i più giovani. Almeno lo era fino alla settimana scorsa.
Nonostante le difficoltà, tra tutti noi siamo riusciti a definire come sarebbe stata la nostra isola particolare. In essa gli insegnanti, naturalmente, non darebbero loro molti compiti per casa. Ma, naturalmente, si comporterebbero e frequenterebbero così bene in classe che non sarebbe necessario, nemmeno i cosiddetti esami. Ero abbastanza soddisfatto della comprensione di un concetto così nuovo per loro e così carico di “principio di speranza” per me, come diceva Ernst Bloch nel suo studio classico. Tuttavia, nessuno, me compreso, è sfuggito alla sensazione irrealistica che, come se fosse un paradosso, parlare con loro di una cosa di questa portata nel bel mezzo della diffusione di una pandemia che presto ci avrebbe delegati (quasi) tutti alle nostre case. 
Traendo alcune conclusioni dal mondo in cui abbiamo vissuto e che cerchiamo di far conoscere ai nostri studenti nel modo migliore possibile e conosciuto, questa piaga ha toccato le debolezze del sistema in cui siamo immersi, ricordandoci ancora una volta le sue tante miserie. È come se per qualche motivo la realtà cercasse di farci vedere qualcosa che non comprendiamo appieno, nonostante le terribili conseguenze di questo malinteso. Come in tutte le piaghe della storia, non tutte le persone la vivranno o la stanno vivendo allo stesso modo, così ci ricordano i social network, che continuano a mostrarci la parte più intima della nostra vita, facendo appello al sentimento di solitudine che ci circonda. Come queste lettere, questi video, queste immagini, non sono altro che messaggi in bottiglia che cerchiamo di trasmettere agli altri per uscire dall’isolamento, che non inizia necessariamente con lo stato di allarme, ma è in gran parte uno stato antropologico, esistenziale. Ebbene, all’interno di questo isolamento che si sovrappone all’interno, prima della quarantena, ci sarà chi avrà più difficoltà, si tratta di difficoltà che hanno un pregiudizio sociale, materiale, immediato. 
Un altro paradosso di questa piaga è che ha reso visibile l’invisibile, coloro che, come quel 1° gennaio 1994, in Chiapas (Messico), sono nati nella notte, “la lunga notte dei 500 anni”, quasi quanto l’opera di Tommaso Moro. Ebbene, i cassieri, i trasportatori, i magazzinieri, gli addetti alle pulizie, i lavoratori a giornata, e un lungo eccetera, tutti coloro che molti hanno guardato dall’alto in basso solo pochi giorni fa, oggi si rivelano essere quello che sono, la base del sistema. Assolutamente indispensabile. Mentre il resto di noi è confinato, e non possiamo fare altro che guardarli come con un gesto di gratitudine: grazie per essere stati lì; scusate per non avervi dato conto prima, come dicono gli anziani. Ma nonostante questo, l’oblio è un altro dei grandi mali delle società di oggi. 
Abbiamo già dimenticato le conseguenze dell’ultima crisi economica: dimenticheremo mai più quello che tutte queste persone hanno fatto per noi oggi, proprio in questo momento, che è indispensabile? In questi giorni sto recensendo la Genealogia della morale di Nietzsche (1887), in cui si chiedeva: “Come si può inculcare un ricordo nell’animale umano?” E non trovò altra risposta che appellarsi al dolore: “il passato, la sua parte più lunga, più profonda, più dura, ci sfiora e riemerge in noi quando diventiamo seri” (Collected Works, 1970, pp. 922-923). 
In realtà, c’è tutta un’altra moltitudine di professioni e di persone anonime che in questi giorni si stanno rivelando fondamentali: sanitari, medici, insegnanti e così via. La “moltitudine” che mette in moto il mondo ogni mattina, e che non sono il Re, né Amancio Ortega [creatore del marchio di abbigliamento Zara e fondatore del gruppo tessile internazionale Inditex, NdlT] né i padroni, che non sono né i politici né “i mercati” (questo termine è stato inventato per nascondere agli investitori e ai capitali che, come i famosi fondi avvoltoio, dopo l’ultima crisi, si sono assunti l’onere di comportarsi come veri rapaci, nonostante e contro l’idea del bene comune, della maggioranza). Di fronte a loro si rivelano oggi anche fondamentali lavoratori e lavoratrici pubblici che sono stati maltrattati per tanti anni dagli ideologi del cosiddetto neoliberalismo, o totalcapitalismo, quell’idra delle mille teste, che ci fa pensare che noi individui siamo sufficienti di fronte al mondo, in una sorta di darwinismo sociale. Quando in realtà stiamo ora riscoprendo con la forza del dolore che la base dell’evoluzione non è né la competizione né l’individuo, ma la cooperazione e la collettività. Senza questo, non c’è sopravvivenza come specie. Lo dimenticheremo di nuovo? 
Per non parlare delle persone anziane, quelle che avevamo relegato nella più oscura delle dimenticanze, quella che nasce quando non vediamo oltre l’idea di profitto. Questo flagello colpisce loro e con loro ci ricorda che fino alla settimana scorsa abbiamo fallito come società, che non siamo riusciti a proteggerli. E saranno, sono, le prime vittime di questa crisi, che fa appello ai principi sui quali stavamo distruggendo la natura, la possibilità di vita sul pianeta Terra: il consumo, ormai paralizzato, e il profitto, che ha finito per determinare i rapporti tra le persone. Ora non è il momento di regolare i conti, ma tutto sarà regolato. Per il momento, mi sembra che dobbiamo affrontare questa crisi con l’etica della filosofia stoica “abbassata al livello del popolo”, come rifletteva Pasolini sulle classi subalterne della città di Roma:
“Per vivere bisogna combattere, non c’è più mistero. Bisogna soffrire, ma anche sopportare: e nel frattempo, gestire, anche con rabbia. Forse c’è un Dio, cristiano, cattolico, che deve essere placato con candele o preghiere: e poi andare avanti. È qui sulla terra che siamo ricompensati e puniti” (La città di Dio, 2019, p. 95). 
Un’etica applicata e appresa nei secoli, di resilienza, resistenza e ribellione. E poi. Nessuno sa cosa verrà dopo. Forse è utile usare questi giorni di isolamento per immaginare altri mondi lontani da questa realtà distopica. Immaginate la colonna sonora di un nuovo mondo che, controvoglia, emerge dalle macerie di un altro che già scricchiola impercettibilmente. Chi lo sa? Forse ci vorranno altri 500 anni.