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Italia-India: è l’ora del disgelo

30 Ottobre 2017

L’analisi dell’ex Ambasciatore italiano in India Antonio Armellini e dell’analista dello IAI Stefania Benaglia

A distanza di esattamente dieci anni dall’ultima volta, un Presidente del Consiglio italiano torna in India. Il premier Paolo Gentiloni ha incontrato oggi il Primo Ministro indiano Narendra Modi. Un’ occasione preziosa per rilanciare i rapporti economici e diplomatici fra i due Paesi, superando il congelamento causato dal caso giudiziario dei due marò.

In seguito al loro ritorno in patria e a meno di un anno dalla decisione sul caso da parte della Corte di Arbitrato de L’Aja, la fase più acuta del contenzioso sembra essere superata. Tuttavia, le incognite derivanti dalle conseguenze della pronuncia della Corte d’Arbitrato non possono essere trascurate. Antonio Armellini, già Ambasciatore italiano presso l’india e analista presso lo IAI (Istituto Studi Internazionali) ritiene che un esito negativo della controversia avrebbe effetti svantaggiosi per entrambi i Paesi, ma che i contraccolpi di una decisione sfavorevole si sentirebbero molto più in Italia che in India: “Forse perché l’impatto in termini elettorali della questione dei marò in India verrebbe mitigato dal fatto che il fattore Gandhi non gioca più un ruolo rilevante nella politica locale e tanto meno tornerà ad essere determinante nella futura campagna elettorale indiana. Un lodo arbitrale negativo per l’India costituirebbe in parte un elemento di disturbo che potrebbe portare ad una nuova levata di scudi nazionalista, ma io credo che un responso negativo della Corte Arbitrale sarebbe molto più negativo per noi perché ci ritroveremmo in una situazione estremamente imbarazzante. Sia nel caso in cui la Corte sancisse un obbligo di rientro sia nel caso in cui l’Italia dovesse accettare che i marò venissero sottoposti ad una giurisdizione altrui, l’impatto sull’opinione pubblica italiana sarebbe evidente”.

In ogni caso, ammonisce Armellini, la vicenda dei marò non è stata la ragione principale della sostanziale marginalità del nostro Paese in India: “Tale marginalità ha ragioni più antiche che vanno dalla disattenzione della nostra politica estera nei confronti dell’India ad una distanza da scenari che apparivano periferici ma che si sono rivelati tutt’altro che tali. Anche le nostre visite istituzionali nel Paese sono state piuttosto scarse sia prima che dopo la vicenda dei marò, laddove, ad esempio, il Presidente francese Sarkozy è andato in India almeno tre volte dall’inizio del millennio e non è un caso che grazie a queste visite sia riuscito a sottrarre ad Eurofigher un importante contratto per la fornitura di nuovi aerei da combattimento alle forze armate indiane. Fra Italia e India, pertanto, vi è una distanza che ha ragioni profonde e che adesso si deve cercare di colmare”.

L’Italia è un partner economico di grande rilievo per l’India: il valore degli scambi commerciali fra i due Paesi ha superato nel biennio 2016-2017 gli otto miliardi di dollari e in India sono presenti oltre 600 imprese italiane operanti nei settori più disparati, dai trasporti alle infrastrutture, passando per le nuove tecnologie e l’energia rinnovabile. Nonostante tali cifre appaiano impressionanti, esse sono ben al di sotto delle capacità di espansione della nostra economia in Cina. Antonio Armellini sottolinea che “l’Italia ha una tradizione antica di presenza in India, la nazione indiana scopre la motorizzazione privata proprio grazie alle imprese italiane, quali la Lambretta, la Vespa e la Fiat in un periodo in cui tali soggetti avevano il monopolio dell’intero mercato di riferimento. Ma nel momento in cui il mercato dell’autotrasporto privato si espande, invece, le imprese italiane si ritraggono e la tradizionale presenza italiana in India si stempera. Queste vicende rappresentano l’emblema delle difficoltà incontrate dalle imprese italiane nell’approccio ai mercati indiani”.

Stefania Benaglia, analista presso lo IAI, sottolinea come “i rapporti fra i due Governi siano fondamentali per lo sviluppo di positive relazioni economiche, tuttavia, per le imprese italiane, sarebbe estremamente utile operare non da sole ma in un contesto più ampio a livello europeo, per poter agire insieme ad imprese che affrontano analoghi problemi”. Gli investimenti nel subcontinente indiano troveranno un sicuro fattore attrattivo nell’ambizioso programma di riforme Make in India varato dal premier Modi nel 2014, un progetto finalizzato alla semplificazione dei commerci e al rafforzamento della cooperazione internazionale, ma anche su questo punto la crescita indiana si presenta in chiaroscuro: “Purtroppo la Banca Mondiale ha visto al ribasso le stime di crescita dell’India: vi sono ancora delle riforme molto importanti da fare quale quella del settore bancario, ancora largamente in mano allo Stato e connotato da un alto livello di inefficienza, e quella in materia di semplificazione della burocrazia” ricorda Stefania Benaglia. “Su quest’ultimo punto vi è stata la lodevole iniziativa consistente nel raggruppare le varie tariffe sul valore aggiunto sotto un’unica imposta, iniziativa volta a consentire l’emersione di redditi in precedenza sommersi proprio a causa di una eccessiva pletoria di tasse e gabelle. Purtroppo però l’applicazione di questa riforma è stata condizionata da un’implementazione piuttosto farraginosa e difficile da comprendere: le imprese sono chiamate a compilare numerosi formulari senza sapere a chi rivolgersi per avere chiarimenti sulle linee guida da seguire”.

Ma le relazioni fra i due Paesi non si fermano all’economia. Fra India e Italia vi sono indubbiamente numerosi interessi comuni nell’arena internazionale, fra i quali occupa un primo posto la lotta al terrorismo. Su tal punto, Antonio Armellini ritiene che “vi sia la possibilità di positivi rapporti comuni in materia di intelligence, in quanto l’India ha una forte tradizione di lotta al terrorismo, pur essendo quest’ultimo di matrice fortemente interna più che internazionale. Tuttavia, nonostante la diversità di matrice, vi è sicuramente un terreno comune sui metodi con cui affrontarlo e combatterlo”.

La sfida al terrore impone di affrontare anche la questione dei rapporti con l’Afghanistan, nazione in cui l’Italia è presente nell’ambito della missione militare della Nato e al contempo partner privilegiato per la politica estera di Delhi. “Noi abbiamo tutto l’interesse a stabilizzare l’Afghanistan in tempi rapidi anche per poter poi ridurre la nostra presenza militare nel Paese”- sottolinea Armellini – “e sotto questo aspetto l’India è certamente in linea con noi ed il Governo afghano è l’unico su cui si può contare in questo momento per quest’opera di stabilizzazione. Pertanto l’approccio di Delhi e dell’Italia nei confronti di Kabul segue già linee guida comuni”.Il rilancio delle relazioni bilaterali costituisce infine una preziosa occasione per archiviare la spinosa vicenda di Finmeccanica, con tutte le conseguenze che ha comportato sul piano politico. Sul punto, Antonio Armellini esprime la sua convinzione circa la possibilità che tale incidente possa essere considerato un capitolo chiuso: “La vicenda Finmeccanica credo che si sia in qualche modo molto stemperata rispetto agli anni passati. Nella storia delle relazioni economiche indiane, tanto nel settore della difesa quanto in ambiti differenti, vi sono stati numerosi episodi analoghi a quello legato al caso Finmeccanica. Il livello di corruzione della società indiana è pertanto molto elevato. E’ chiaro che quando uno scandalo di corruzione emerge in misura rilevante, questo in qualche modo produce delle conseguenze. La vicenda Finmeccanica, analogamente al caso dei marò, è un elemento che è andato ad aggiungersi ad altri fattori politici complicando ulteriormente il quadro. Ma io credo che nessuno di questi elementi avrebbe rappresentato un ostacolo insormontabile qualora vi fosse stata una maggiore attenzione del nostro sistema Paese verso le opportunità economiche e politiche offerte dallo Stato indiano”.

Su queste premesse Armellini afferma la necessità per l’Italia di guadagnare una posizione rilevante in un mercato, quale quello indiano, particolarmente importante per lo sviluppo del settore della difesa: “L’India rappresenta una delle maggiori opportunità per il mercato mondiale della difesa e noi abbiamo le capacità per essere presenti in tale mercato in misura maggiore rispetto al passato, abbiamo avuto l’incidente legato a Finmeccanica ma anche altri attori internazionali hanno avuto incidenti di altro tipo. L’Italia ha inoltre anche altre eccellenze su cui puntare, penso ad esempio a Fincantieri che ha lavorato molto bene con la Marina indiana. Vi è un’ampia gamma di settori su cui la collaborazione può riprendere rapidamente e io mi auguro che ciò avvenga perché le buone relazioni bilaterali con l’India dipendono anche da una positiva cooperazione nel settore della difesa”.

Sulla stessa linea l’opinione di Stefania Benaglia: “La vicenda è stata importante è avuto conseguenze rilevanti, tuttavia gli affari fra i due Paesi, inclusa la cooperazione in materia di difesa, sono molto più ampi ed è pertanto importante guardare al futuro con una rinnovata forza. Sul punto è bene ricordare come per la cooperazione in materia militare sia fondamentale l’esistenza di buone relazioni government to government. Le parti hanno tutto l’interesse a guardare oltre la spiacevole vicenda di Finmeccanica, anche su questo punto la speranza è che le buone intenzioni e le loro traduzioni nella pratica vadano di pari passo”.

L’affaire Finmeccanica richiama l’attenzione sulla questione degli armamenti dell’India, una nazione fra i primi importatori di armi al mondo e al contempo priva di una produzione militare autosufficiente. In proposito Antonio Armellini ricorda come, se in passato l’India dipendeva quasi esclusivamente dalle forniture militari russe, oggi l’importazione di armamenti da parte di Delhi si sia notevolmente diversificata: “La Russia è stato per molto tempo l’alleato storico dell’India neutralista, oggi se l’India recita un ruolo importante nella politica di Putin di recupero del ruolo globale del proprio Paese, non si deve dimenticare come le forniture di armi russe all’India, un tempo prevalenti, attualmente abbiano lasciato spazio ad una maggiore diversificazione con l’inizio di forniture da parte americana e israeliana”. La maggiore sfida futura, secondo Stefania Benaglia, è data dalla ricerca di un maggior equilibrio fra Russia e parner occidentali nell’approvvigionamento di armamenti: “Si tratta di un equilibrio estremamente delicato soprattutto a causa della mancanza di una domanda di armamenti interna all’India, la quale è oggi praticamente inesistente”. Ma fra gli Stati esportatori di armi la concorrenza è particolarmente agguerrita e in tale situazione, gli Stati europei dovranno certamente costituire un fronte unico se vorranno sperare di avere voce in capitolo nel mercato degli armamenti indiano: “Stati Uniti, Russia e Israele sono molto efficaci nei loro rapporti con l’India, pertanto i Paesi europei devono superare la precedente visione nazionale e bilaterale della politica di difesa e cominciare finalmente a parlare con una sola voce”.

Infine, l’Italia non potrà non tener conto delle crescenti tensioni fra India e la vicina Cina, tensioni che allo stato attuale, come sottolinea Antonio Armellini, sembra siano destinate a rimanere nel binario delle schermaglie diplomatiche ed economiche: “India e Cina sono state protagoniste di un conflitto negli anni Sessanta per il quale non è mai stato firmato un trattato di pace, da allora i contrasti fra i due Paesi hanno rappresentato un elemento che ciclicamente è ritornato nelle relazioni fra i due Paesi. La tensione fra Cina e India in futuro potrebbe assumere contorni più aspri ma se prevarrà una certa saggezza delle parti in causa tale tensione rimarrà nei termini di una competizione economica nella quale l’India al costante inseguimento della Cina tentando di emularla e non, al contrario, di distruggerla”. L’Italia deve comprendere che gli scenari geopolitici dell’Estremo Oriente non riguardano più soltanto quella regione, per lungo tempo parsa ai nostri occhi un angolo remoto del mondo, ma ci coinvolgono da vicino: “Parlare di Asia” – sottolinea Armellini – “non vuol dire parlare di terre lontane ma di equilibri da cui dipende anche la nostra stabilità”.