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Startup e kibbutz

di Luca Misculin, 22 giugno 2016.

La storia
della società che assiste imprese tecnologiche innovative dentro una
specie di comune socialista, nel mezzo del deserto israeliano.

Se
un osservatore poco attento finisse per sbaglio alla stazione dei
pullman di Be’er Sheva, nel sud di Israele, potrebbe pensare che in
città è pieno di meccanici o aspiranti tali: la stazione – un piccolo
edificio con l’aria condizionata a mille e con dentro vari fast food,
una libreria e qualche negozio di aggeggi tecnologici – è piena di
uomini e donne vestiti di stoffa talmente scura e uniforme da sembrare
una tuta da lavoro, di quelle che si usano appunto in officina. Se
l’osservatore poco attento fosse in compagnia di un amico appena più
sveglio, quest’ultimo gli farebbe notare che la maggior parte di questi
“meccanici” ha sicuramente meno di 25 anni e che almeno la metà tiene un
mitra a tracolla.


I ragazzi in questione stanno facendo la leva nell’esercito
israeliano, obbligatoria per quasi tutti: frequentano Be’er Sheva perché
sono diretti o stanno tornando dalle molte basi militari israeliane
sparse nel deserto del Negev, che si estende a sud della città ed è
considerato la zona più inospitale di Israele. L’esercito la utilizza a
vari scopi – fra cui quello dell’addestramento di nuove reclute –
proprio perché è quasi disabitato. Persino i kibbutz, cioè le
storiche comunità ebraiche egualitarie, sono rarissime: ce ne sono solo
quattro. Per il resto ci sono chilometri e chilometri di dune, rocce e
sparuti accampamenti beduini.


Nonostante
possa apparire una zona un po’ sonnolenta, in passato il Negev ha fatto
spesso parlare di sé: dal 1958 è attivo a Dimona, un piccolo paese a 40
chilometri da Be’er Sheva, un misterioso centro sulla ricerca nucleare,
unanimemente considerato
il deposito dell’arsenale nucleare di Israele (che non ha mai ammesso
esplicitamente di possedere armi nucleari, però). Le basi militari sono
molto attive e svolgono esercitazioni su esercitazioni. A ottobre 2015
proprio nella stazione di Be’er Sheva un uomo eritreo è stato ucciso per sbaglio
da una guardia di sicurezza, dopo che un beduino con cittadinanza
israeliana aveva accoltellato un soldato e sparato sulla folla.



Ultimamente poi alcuni giornali israeliani e internazionali sono
tornati a occuparsi di questa zona, ma per ragioni diverse. A Revivim,
uno dei rarissimi kibbutz della zona, ha aperto il primo incubatore di startup – cioè una società che le finanzia e aiuta nelle prime fasi della loro vita – gestito direttamente da un kibbutz, dentro il kibbutz stesso:
significa che per tutta la durata del progetto gli imprenditori sono
invitati a sviluppare i loro progetti vivendo a Revivim, isolati da
tutto il resto e “in società” assieme agli altri abitanti.


Israele
viene spesso descritto come un paese di contraddizioni: è uno stato
democratico ma anche religioso; è il paese più stabile del Medio Oriente
ma anche una potenza occupante; ed è sia la “nazione delle startup”, che sono diffusissime nel paese, sia quella dei kibbutz,
cioè delle specie di comuni nelle quali tutti i membri percepiscono lo
stesso stipendio e ricevono gratuitamente una casa, un lavoro – spesso
nei campi o nelle fabbriche del kibbutz – e decine di altri servizi. Eden Shochat, un socio di un fondo di investimento di Tel Aviv, di recente ha spiegato che lo spirito imprenditoriale tipico delle startup “non è uno dei prodotti tipici dei kibbutz”. In effetti, la stragrande maggioranza dei kibbutz
venne fondata come comunità agricola o di piccola industria, con
tendenze isolazioniste e anche un po’ hippie, quelle del “ritorno alla
terra”. Ancora oggi gli abitanti dei kibbutz – come la protagonista di Zero Motivation,
uno dei più apprezzati film israeliani degli ultimi anni – vengono
considerati dagli altri israeliani un po’ come degli zotici.


Revivim

Lion David, il fondatore dell’incubatore di Revivim, spiega che
finora in effetti questi due mondi si sono parlati molto poco: “la gente
qui non sapeva che Israele è la nazione della startup, come non sa
molte altre cose che vengono da fuori”. Ora però l’incubatore è una
realtà: ha aperto ufficialmente nel 2015, proprio grazie all’appoggio
degli abitanti di Revivim, e si chiama “Madgera”, che in ebraico
significa “incubatrice”. Sembra un nome poco originale, ma non è frutto
di una scelta precisa: si chiama così perché fino a pochi mesi fa
l’edificio che ora ospita gli uffici temporanei delle startup funzionava
da incubatrice per le uova delle galline. Dopo un primo bando e
un’affollata fase iniziale del progetto, in cui Magdera ha collaborato anche con importanti società come Google e Microsoft, a oggi il kibbutz
possiede delle quote in tre delle startup che hanno partecipato al
primo ciclo di investimenti. Nel frattempo si è sparsa la voce: il
secondo bando ha aperto solo da una settimana, ma sono arrivate già
quaranta proposte di partecipazione, e quelli di Magdera se ne aspettano
altre centinaia.

Un passo indietro: cos’è un kibbutz?
 
Il movimento dei kibbutz, cioè delle comuni ebraiche in
territorio palestinese, è molto cambiato da quando all’inizio del
Novecento furono fondate le prime comunità. Nei primi anni di esistenza
dello stato di Israele, fondato nel 1948, i kibbutz erano la colonna pratica e simbolica del progetto ebraico in Palestina: centinaia di famiglie e ragazzi ebrei arrivarono da tutto il mondo
– perlopiù dall’Occidente, sfuggendo spesso a persecuzioni – per
costruire villaggi, fabbriche e fattorie in una terra molto poco
ospitale, in mezzo a mille difficoltà. Nei nuovi villaggi, la vita fu
impostata sulla base di un rigido socialismo, che a causa della sua
forte componente comunitaria aveva molto attecchito nelle menti dei
primi intellettuali sionisti. Le foto di ragazzi in canottiera e
pantaloncini che costruiscono cose in mezzo al deserto, circolate molto
in quegli anni, rispecchiano l’immagine che Israele voleva dare di sé:
un paese giovanissimo, dinamico e fatto da persone che si erano lasciate
dietro le loro vite per costruire una società più giusta e sicura.


Il modello del kibbutz
iniziò ad andare in crisi già negli anni Settanta, a causa soprattutto
dei debiti accumulati negli anni e dello sviluppo vorticoso delle prime
città israeliane, che attrasse molti dei giovani nati e cresciuti nei kibbutz. Dalla fine degli Ottanta fino ai primi anni Duemila, quando a tutti i kibbutz è stata offerta la possibilità di privatizzare le proprie attività, il numero di abitanti dei kibbutz calò
di circa un decimo, dai 129mila registrati nel 1989 a circa 116mila.
Negli ultimi anni i numeri sono tornati a crescere: fra il 2005 e il
2010 la popolazione è aumentata del 20 per cento, fino a raggiungere lo storico picco di 143mila abitanti. Nel frattempo però la maggior parte dei kibbutz è diventata qualcosa d’altro: una stima del 2010 dice che sui 262 kibbutz
ancora esistenti, 188 sono governati con una nuova formula che prevede
salari differenziati per i suoi membri, 9 con un metodo misto e 66 con
il modello “classico”. Revivim fa parte dell’ultima categoria.


Revivim
 

Orli, che ha 31 anni ed è nata e cresciuta nel kibbutz, spiega
che qui tutto funziona ancora “alla vecchia maniera”: medici, ingegneri e
operai prendono lo stesso stipendio di chi per lavoro piega i vestiti
nella lavanderia. A volte, in caso di un raccolto particolarmente buono o
di un aumento di produzione della locale fabbrica di plastica, ai
membri viene dato un piccolo bonus. Lo stipendio non è altissimo – nel
2010 la maggior parte dei kibbutznik israeliani percepiva meno di 7.000 shekel, circa 1.600 euro – ma va tenuto conto che i membri del kibbutz
non devono pagare di tasca loro praticamente niente, neppure l’affitto,
la connessione a Internet o l’abbonamento alla piscina. Oggi Revivim ha
circa 900 abitanti, più o meno divisi a metà fra membri a pieno titolo o
semplici residenti, cioè persone che lavorano dentro al kibbutz ma non ne fanno parte o volontari di passaggio.



Fino a circa venti anni fa i bambini di Revivim non crescevano
assieme ai propri genitori, ma venivano “allevati” tutti assieme dai
membri del kibbutz incaricati di occuparsi di loro, e vedevano i loro genitori solo per qualche ora al giorno. Chi nasce dentro a un kibbutz
non è obbligato a restarci: il problema dei giovani che lasciano la
comunità per andare a studiare o lavorare altrove è anzi molto sentito
da queste parti.


A chi ci arriva per la prima volta, Revivim sembra un incrocio fra un villaggio turistico e le case degli “Altri” in LostGli
abitanti vivono dentro piccole villette di varie dimensioni, ciascuna
con un cortiletto. Gli edifici più grandi sono quelli in comune: il
teatro, la mensa, la scuola, la piscina, e così via. Dentro al kibbutz
ci si sposta in bici o nei golf cart. Molte delle auto vengono lasciate
all’ingresso, dove ci sono le due fermate dell’autobus, che passa più o
meno ogni due-tre ore e ci mette un’ora per arrivare a Be’er Sheva. A
differenza di altri kibbutz, come quello vicino di Mashabei
Sadeth, Revivim non è recintato col filo spinato: i suoi confini sono
delimitati dagli uliveti, da qualche campo coltivato e dal deserto. Di
notte capita spesso di sentire dei rumori sordi, come di un masso che
cade in lontananza: sono i suoni provenienti dalle vicine esercitazioni
dei carri armati dell’esercito israeliano.

Revivim è sempre stato un kibbutz
un po’ speciale: fu fondato nel 1943 su un terreno dei beduini comprato
da ebrei tedeschi e italiani, che per i primi mesi vissero dentro
un’antica cisterna bizantina, e che successivamente furono fra i primi a
sperimentare l’irrigazione a goccia, necessaria per non sprecare la poca acqua disponibile. Durante la guerra d’indipendenza del 1948 l’aviazione egiziana non lo bombardò,
perché scambiò per canne da mitragliatore alcune vecchie tubature che i
primi abitanti avevano piantato nei muri della cisterna per
rinforzarli. Nel 1971 dentro al kibbutz, ormai abitato da
decine di persone, venne fondata Raviv, una società specializzata in
componenti per automobili e materiali plastici. Nel 1994, in seguito a
un grosso ordine ricevuto da Volkswagen, Raviv aprì una società
sussidiaria specializzata in valvole per carburante, chiamata Raval. 


Nel 2000, Raval divenne una società indipendente, e dodici anni più tardi
ha “ricomprato” Raviv. In pratica le due società si sono fuse: il
marchio forte però a questo giro era quello di Raval, che oggi è quotata
in borsa, ha fabbriche in Cina e in Russia e sul suo sito dice di
essere il primo distributore di valvole per carburante in Europa. Ma a
Revivim non c’è solo Raval-Raviv: ci sono anche una stalla e un
allevamento di mucche che qui descrivono come uno dei più grandi in
Israele.


Revivim
insomma ha sempre avuto un certo spirito imprenditoriale. Forse è anche
per questo che ha appoggiato il progetto di David, che ha una
quarantina d’anni, è nato vicino a Tel Aviv e ha studiato nell’accademia
d’arte Kalisher proprio di Tel Aviv. David, che in passato ha lavorato
come designer ed esperto di marketing, spiega di essersi trasferito a
Revivim diversi anni fa per fare la vita del kibbutznik: vivere
in un posto piacevole e tranquillo, lavorare quanto basta, e così via.
Non è rimasto molto con le mani in mano: due anni e mezzo fa ha fondato
uno studio di design dentro al kibbutz, e poco dopo ha
saputo dell’esistenza di un fondo messo a disposizione dell’imprenditore
israelo-americano David Mirage per aziende disposte a investire nel sud
di Israele. David propose al fondo di Mirage di creare un incubatore
dentro al kibbutz

Inizialmente quelli di Mirage approvarono la
sua proposta: stanziarono persino due milioni di dollari. Poi si
tirarono indietro. A quel punto David aveva già un progetto pronto, e
per ottenere i finanziamenti si rivolse proprio al kibbutz dove
si era appena trasferito. David dice che è stato facile ottenere il
consenso dai membri della comunità. Raya, che è arrivata qui dalla
Russia nel 1999 e oggi lavora con David a Madgera assieme ad altre tre
persone, mi dice invece che è stato un po’ complicato, e che ancora
adesso molti membri sono un po’ “sospettosi” degli imprenditori che
vengono a vivere qui. In ogni caso, David dice di aver ottenuto dal
consiglio economico del kibbutz “diverse centinaia di migliaia di dollari” per Madgera, grazie ai quali ha aperto il primo bando pilota.


Come funziona Madgera
 

Madgera mette disposizione delle proprie startup una lunga serie di
servizi: oltre ad avere un piccolo budget operativo di 7.000 euro, gli
imprenditori vengono ospitati in piccole villette mono-stanza che gli
abitanti di Revivim avevano costruito per i loro figli adolescenti,
quando decidevano di voler vivere per conto proprio.

Per loro la mensa è quasi gratis, così come la piscina e gli altri servizi disponibili per i membri del kibbutz.
Madgera mette anche a disposizione gratis i propri consulenti legali ed
economici, fra cui c’è anche la nota società di consulenza Deloitte, e
un ufficio, l’ex incubatrice.
 

Gli
imprenditori non pagano niente, nemmeno l’affitto: in cambio, spiega
David, devono solo “fare al meglio il loro lavoro”,
teoricamente stimolati dalla tranquillità della vita nel kibbutz.
Durante la settimana lo staff di Madgera controlla che gli imprenditori
stiano effettivamente lavorando al progetto, organizza conferenze e
incoraggia dei resoconti pubblici, durante i quali i diversi team
si scambiano opinioni sui loro progetti. Alla fine dei tre mesi, le
startup possono scegliere fra rimanere a Revivim diventandone membri o
spostarsi altrove: in entrambi i casi il kibbutz continua ad assisterle in vari modi. Devono però dimostrare di essere in grado di fare profitti, altrimenti il kibbutz si riserva la possibilità di tirarsi indietro.


David ha spiegato che il bando era rivolto a tutte le startup –
indipendentemente dal loro stadio di avanzamento – che proponessero
prodotti di light technology: cioè prodotti semplici da
realizzare e di uso comune, come applicazioni per smartphone o semplici
aggeggi tecnologici. David spiega anche che un criterio importante cui
vengono scelte le startup, oltre alla bontà del progetto, è la
piacevolezza delle persone che ne fanno parte. L’ammissione a Madgera è
una specie di corsia preferenziale per entrare dentro al kibbutz,
e i suoi membri sono sempre molto attenti a selezionare persone che
possano essere compatibili con lo stile di vita della comunità:
quindi aperte, socievoli e disposte a vivere lontano da tutto.


David mi racconta che durante la prima fase sono stati costretti a
cacciare il responsabile di un progetto “molto, molto promettente” – un
sensore per controllare la crescita delle piantine di marijuana –
sostanzialmente perché era antipatico. “Non aveva legato con nessuno”,
racconta David, “e non si comportava in maniera rispettosa”. Altre
cinque startup hanno mollato di propria spontanea volontà nel corso del
programma, forse proprio perché hanno avuto un po’ di tempo per pensare
meglio al loro progetto. 

Al termine del primo giro le
startup “sopravvissute” – come le definisce scherzando David – sono
state tre: Upscle, un’app per condividere fra sconosciuti i tavoli VIP nelle discoteche, pagando quindi di meno; Wedit, un’app
specificamente per israeliani per organizzare meglio il proprio
matrimonio, e MyIndie, una piattaforma di condivisione di musica
indipendente. Per il momento nessuno si è fermato a Revivim, ma David
assicura che tutti sono rimasti in ottimi rapporti con gli abitanti, e
che si era creato un ottimo clima.




Quando
gli viene chiesto se non teme che le startup falliscano o non riescano a
fare profitto a breve termine, David dà due risposte. Primo, gli
abitanti del kibbutz “ragionano nell’ordine dei vent’anni”, nel
senso che in passato programmavano coltivazioni e nuove imprese stando
molto attenti ai soldi necessari e alle risorse del territorio: e quindi
sono già abituati a fare investimenti a lungo termine. David spiega
anche che nell’imprenditoria israeliana il fallimento è tollerato e anzi
ammirato, se fatto nel modo giusto: “se fallisci, abbi il coraggio di
farlo, e di farlo in grande”. David spiega anche che in ebraico esiste
anche una parola specifica per sintetizzare questo concetto: ḥutspâ, una specie di audacia un po’ incosciente.


David dice che per la prossima fase verranno scelte solo cinque
startup, per curarle con maggiore attenzione, e che alle più meritevoli
verrà offerto di restare nel kibbutz per altri tre
mesi; sottolinea anche che il bando non è aperto alle sole startup
israeliane e che presto troverà un modo per pubblicizzarlo anche
all’estero. Parallelamente, sta anche pianificando di ristrutturare
nuovamente l’incubatrice, rendendola ancora più funzionale alle esigenze
delle startup.

David è convinto che la presenza di startup nei kibbutz possa avviare una specie di circolo virtuoso: i kibbutz
potrebbero arricchirsi di nuovi membri già noti e abituati alla vita
della comunità, e i suoi abitanti più giovani potrebbero essere
incentivati a restare per via delle nuove opportunità di lavoro. In
Madgera, “c’è in ballo molto più del profitto economico”, mi dice.
Gradualmente, qualcosa sembra muoversi sulla stessa lunghezza d’onda di
Madgera: nel 2015 i kibbutz hanno investito complessivamente 20 milioni di dollari in startup tecnologiche, e da anni ci sono isolati esempi di startup di successo in altri kibbutz: per esempio la società di sicurezza Sasa Software nel kibbutz di Sasa, vicino al confine col Libano, o la centrale di energia solare del kibbutz di Ketura, parzialmente comprata da Siemens per 15 milioni di dollari nel 2009 e rivenduta alla stessa cifra nel 2014.



FONTE: Il Post