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Il mare di Gaza: guerra e vita


By Antonietta
Chiodo, ProMosaik e.V. Italia, con fotografie di Shadi Al Qarra
L’enclave oramai nella guerra per la riconquista dei
territori occupati ed espropriati è un ideale di rivalsa e forza per molte
persone, l’esempio di una popolazione sotto assedio circondata dal mare e da
confini bloccati, alla continua ricerca oramai decennale della propria identità
e dignità.
Il Blocco della “Striscia di Gaza” ebbe inizio nell’anno
2007. Si tratta precisamente di un embargo dovuto alla vittoria di Hamas
nell’anno 2006. Gaza confina con l’Egitto, Israele e il Mar Mediterraneo. Il mare
per Gaza consente il transito delle merci, degli aiuti umanitari e della pesca che
permettono il sostentamento della popolazione. Il blocco indetto da Israele ed
il suo continuo controllo su importazioni ed esportazioni hanno ridotto il
transito di merci ad un quarto rispetto al passato. 
Il segretario generale in carica dell’Onu Ban-ki Moon
ha dichiarato più volte l’illegittimità delle sanzioni nei confronti dei
transiti via mare, dichiarandole illegittime e dannose per la popolazione
palestinese. Nella nostra mente il mare è un’idealizzazione poetica della vita,
un simbolo del futuro. Ma il mare di Gaza significa controllo e violazione dei
diritti umani. La situazione è peggiorata all’indomani del golpe del Generale
Abdel Fattah al-Sisi in Egitto. Il governo egiziano dichiarò traffici illeciti
tra Gaza e l’esterno attraverso i tunnel sotterranei costruiti da Hamas che
attraversano in parte l’enclave, sconfinando nella zona di Rafah, dichiarando
che questo traffico servirebbe per rifornire di armi i gruppi jihadisti. Per
contrastare il cosiddetto “traffico jihadista” il governo egiziano impiega pompe
a pressione, scavando un canale di acqua oltre il confine, causando danni che
probabilmente vennero sottovalutati inizialmente, come confermano le ultime
dichiarazioni di Subhi Radwan, sindaco di Rafah:
“L’acqua salata aspirata dal Mediterraneo danneggerà
le falde acquifere di Gaza” e le coltivazioni di cozze e scampi “faranno
franare i terreni, facendo crollare gli edifici sul nostro lato del confine. A
Gaza abbiamo già abbastanza problemi con la guerra, l’assedio israeliano e una
situazione economica molto difficile” – aggiunge il sindaco. “Appelliamo dunque
ai nostri fratelli egiziani affinché fermino questo progetto che mette a
repentaglio la nostra popolazione”.
Nel dicembre del 2015 l’International
Solidarity Movement di Gaza dichiara il cedimento di alcuni territori tra cui
quello di Rafah in seguito al pompaggio delle acque da parte del governo
egiziano. Il progetto comporta il pompaggio dell’acqua di mare nelle gallerie
sottostanti l’enclave, inondandole per impedirne l’accesso in qualsiasi forma.
Si tratta di una situazione
estremamente pericolosa per la popolazione, come dichiara Abdel Aziz El Atar,
Capo dell’Ufficio della Protezione Civile di Rafah. Le chiamate per pericolo di
frane, nuovi buchi, inondazioni di abitazioni e terreni agricoli hanno subito
un aumento non indifferente. La situazione è costante e non si rilevano
miglioramenti. Molte case confinanti con l’Egitto sono state evacuate nei mesi
scorsi. Sono state sfollate ben duemila famiglia, cercando di tutelare
particolarmente i nuclei familiari con bambini. Nei mesi scorsi molte ONG hanno
lanciato l’allarme per fermare il pompaggio delle acque, dichiarando il loro pericolo
sia per la comunità egiziana che per la comunità palestinese, ma sono state ignorate.
Il Governo di Gaza chiede apertamente l’interruzione di questo progetto,
appellandosi a voce grossa all’ONU ed a tutte le ONG competenti sul territorio.
Infatti il pompaggio egiziano rappresenta una violazione manifesta del diritto
umanitario.
Inoltre dall’ inizio del 2016, Gaza
ha dovuto affrontare parecchi problemi a causa della torrenziale pioggia che
già nel 2013 portò l’ONU a dichiarare la calamità naturale dell’allagamento a
tappeto della striscia di Gaza. La Palestina dunque non solo si trova sotto
continuo assedio, ma oltre a combattere la follia umana, deve anche opporsi
alla tumultuosa rabbia della natura, inferocita a causa delle distruzioni
umane. Se l’uomo comprendesse l’importanza della salvaguardia dell’ambiente e
la trasformazione dello stesso in una forza positiva, molto oggi a Gaza sarebbe
diverso.
Per i palestinesi di
Gaza comunque il mare non significa solo violazioni e guerre, ma anche vita. La
vita sul mare continua, come testimoniano queste foto. E né i bombardamenti né
le restrizioni riusciranno a soffocarla. 
Resta comunque difficoltoso vivere
nella Striscia di Gaza soprattutto nel periodo delle piogge, come si evince da
parecchie fotografie che hanno dimostrato che la strategia delle pompe di acqua
non ha causato altro che danni alla popolazione, trasformando alcune zone
abitate come ad esempio Khan Younis in un vero e proprio lago. I danni ingenti
si sono percepiti anche in alcune zone confinanti con lo stato di Israele, in
cui le squadre di soccorso si sono viste attraversare Ashkelon in sella a
gommoni.
La popolazione oramai dal 2014 si
trova ad affrontare situazioni limite. La maggior parte delle associazioni
umanitarie ha dichiarato una violazione dei diritti umani al limite della
sopportazione umana. I media hanno mostrato in molti servizi l’impossibilità di
vivere una vita serena e normale a Gaza. Dai documenti divulgati dall’ONU nel
settembre del 2015 si deduce che la Striscia entro cinque anni diventerà
inabitabile.
Inoltre le tre guerre degli ultimi
sei anni hanno resa definitivamente impossibile la ripresa sociale ed
economica. “L’offensiva israeliana Margine Protettivo, oltre a causare
più di 2200 morti e migliaia di feriti ha causato una disoccupazione pari al 44%.”
E in questo quadro tragico, l’acqua è
un aspetto fondamentale della vita palestinese che giorno dopo giorno, tra gli
altri problemi, deve affrontare anche quello della scarsità di acqua potabile.