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Il Coronavirus offre agli israeliani un piccolo assaggio di com’è la vita quotidiana per i palestinesi

Gideon Levy 02/04/2020
Gli israeliani usciranno dall’epidemia scoprendo simpatia per le sofferenze dei palestinesi? Improbabile.

Tradotto da Leopoldo Salmaso
Gli israeliani sono sotto lockdown per il coronavirus.
Come in qualsiasi altra parte del pianeta ora, il loro confinamento è sia fisico che emotivo.
L’aria è pesante per il disagio e l’ansia per la pandemia e, soprattutto, per la paura dell’ignoto. Il quadro fisico è familiare in tutto il mondo: divieti per uscire di casa e carenze temporanee nei supermercati. I principali aeroporti sono quasi deserti, con quasi nessun arrivo o partenza.
Le riunioni sociali, artistiche, culturali e religiose sono cancellate. I tassi di disoccupazione sono alle stelle. L’esercito è incaricato di gestire gli alberghi come ospedali per i malati meno gravi. E presto, forse: blocco totale, con pattuglie militari e di polizia per le strade.
Si parla già della minaccia dell’anarchia. Distopia.
Confinamento sotto occupazione militare
Tutto ciò avrebbe dovuto suonare come campanello di allarme per gli israeliani. Ma – niente campanelli. Sono impegnati a preoccuparsi per la propria sopravvivenza, il che è comprensibile e naturale. Ma intanto è difficile ignorare il fatto che le recenti gravi, persino estreme, condizioni di vita in Israele sono normale routine nei territori occupati da decenni.
Ciò che gli israeliani vedono come distopia sembra quasi un’utopia per i palestinesi. Il blocco temporaneo – oltre alle carenze imposte agli israeliani – è quasi uno scenario da sogno per i palestinesi, la cui situazione a Gaza, e talvolta anche in Cisgiordania, è stata molto peggiore per lungo tempo.
Questo è il tempo del karma, il Destino ride, l’ironia amara abbonda. Qualche ministro della storia sta ridacchiando da qualche parte là fuori per la nuova realtà imposta agli israeliani.
Per la prima volta nella loro vita, hanno ricevuto un minuscolo assaggio di ciò che hanno distribuito ai palestinesi per generazioni. Per la prima volta nella loro vita, gli israeliani stanno sperimentando il blocco e la carenza in un modo che non hanno mai conosciuto.
Eppure, la prigionia degli israeliani assomiglia molto al lusso di qualsiasi bambino palestinese nato nella realtà molto più dura che hanno avuto in sorte.
Gli israeliani stanno avendo solo un piccolo assaggio delle restrizioni che impongono ai palestinesi. Viene loro offerta la possibilità di sperimentare un po’ com’è la vita palestinese, anche se in condizioni migliori per loro.
Un giorno questo cambierà la loro prospettiva? Usciranno più sensibili e comprensivi delle sofferenze palestinesi dopo il tramonto della pandemia? Ne dubito altamente.
Un assaggio di prigionia
Primo punto, il blocco stesso. I posti di frontiera internazionali di Israele, come nella maggior parte degli altri paesi, sono effettivamente bloccati e chiusi. Quasi nessun volo atterra o decolla: la claustrofobia, temporaneamente, regna qui.
Gaza ha vissuto in questo modo negli ultimi 14 anni. Nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, la gabbia di Gaza, le persone possono solo ridere del disagio a breve termine che stanno vivendo gli israeliani.
A Gaza ci sono giovani palestinesi che non hanno mai visto un aereo passeggeri, nemmeno volare in alto; a Gaza ci sono adulti palestinesi che non sono mai stati in un terminal di aeroporto e non hanno mai potuto neanche sognare di andare all’estero in vacanza, per studiare o per lavoro.
Per gli israeliani, non poter entrare o uscire nell’aeroporto di Ben Gurion è insopportabile, anche solo per alcune settimane. I palestinesi a Gaza, e anche molti residenti in Cisgiordania, non sanno nulla di che cosa sia la vita con gli aeroporti. Adesso chiuderanno anche le porte delle case israeliane. Mentre scrivo questo articolo, non esiste ancora un blocco totale, ma potrebbe accadere da un giorno all’altro.
A mezz’ora di auto da Tel Aviv, le persone in certi periodi vivono col coprifuoco come routine quotidiana, talvolta per mesi.
Un coprifuoco può essere imposto arbitrariamente in qualsiasi momento da un ufficiale dell’esercito. Questi coprifuochi sono imposti a case con molti più bambini, in media, e molte meno stanze. Con molti più carri armati fuori le case che generano molto più odio dentro le case. Nei territori occupati, quando non c’è coprifuoco c’è chiusura totale: un assedio.
Uno scenario tetro
Chiusura tra Cisgiordania e Israele, chiusure tra le diverse parti della Cisgiordania stessa, tra una città e l’altra, tra un villaggio e l’altro. Con posti di blocco mobili e fissi, cosa vuoi che sia a Gaza che è sotto assedio permanente?
La parziale chiusura in Israele quasi assomiglia alla vita in libertà sognata dai palestinesi: puoi andare fuori, puoi passeggiare in un parco o camminare lungo la spiaggia. La maggior parte dei bambini in Cisgiordania non ha mai visto il mare, che, se hai un’auto. è a solo un’ora di distanza.
Presto potremmo anche iniziare a vedere la polizia in uniforme e i soldati pattugliare le strade di Israele, con posti di blocco e controllo dei documenti. Posti di blocco! Non far ridere i palestinesi: loro non sanno nulla della vita senza pattuglie e posti di blocco.
Ogni giorno, ovunque. Ma in Israele gli uomini e donne in divisa saranno più carine con i residenti, rispetto alla brutalità usata di routine verso i residenti dei territori occupati, eppure per gli israeliani sarà difficile sopportarlo, anche solo per poco.
Quant’è più facile quando il soldato è uno dei tuoi, che parla la tua lingua, nel tuo paese. Quant’è più duro e più esasperante quando è un occupante straniero. Le pattuglie in strada a Tel Aviv saranno come un picnic rispetto a quelle di Jenin in Cisgiordania.
E presto anche la vita economica dalla parte israeliana del muro assomiglierà a quella delle persone che vivono dall’altra parte. Mentre scrivo questo articolo, mezzo milione di israeliani – circa il 17% – sono già disoccupati. E aumentano drammaticamente di giorno in giorno.
A Gaza, la disoccupazione a doppia cifra è stata una realtà per decenni. Gisha, una ONG israeliana che sostiene la libertà di movimento, ha riferito un tasso di disoccupazione a Gaza del 46,7% lo scorso settembre.
Tra i giovani di Gaza, la percentuale è ancora più alta. Gli israeliani disoccupati di oggi hanno temporaneamente perso il posto di lavoro o chiuso le loro attività e la maggior parte riceverà l’indennità di disoccupazione dallo Stato.
Nei territori occupati, non hanno mai sentito parlare di indennità di disoccupazione. Disoccupazione in regime di occupazione. È stato così per decenni.
Violazione della privacy
Proprio ora, gli israeliani sono in subbuglio a causa di un ordine che Shin Bet (ISA), l’agenzia di sicurezza interna israeliana, utilizzerà “mezzi digitali” per rintracciare le persone infette dal virus e chiunque si fosse avvicinato fisicamente a loro. Un ordine temporaneo, inizialmente per sette giorni, con possibili estensioni.
Non far ridere i palestinesi. Il monitoraggio elettronico è l’aspetto più “umano” del modo in cui l’ISA tratta i palestinesi. Va bene, lascia che li spiino, ma convincili a smettere di torturare, di ricattare e di abusare delle persone.
Nei territori occupati, l’ISA sa sempre tutto, ovunque, con quasi nessun controllo legale o supervisione parlamentare. Le aspre critiche in Israele sull’invasione della privacy devono essere alquanto divertenti per i palestinesi: proprio come le foto degli ufficiali militari israeliani che gestiscono gli alberghi come ospedali di emergenza. Quanti hotel di proprietà palestinese ha preso l’esercito israeliano nel corso degli anni, e convertito in quartier generale militare?
Distopia-19
Naturalmente non si possono ignorare le differenze. Anche al culmine di una pandemia di coronavirus, gli israeliani non saranno umiliati o picchiati di fronte ai loro figli o ai loro genitori.
Nessun soldato straniero invaderà le loro case nel cuore della notte, notte dopo notte, senza alcuna ragione. Nessuno li strapperà dai loro letti e li porterà via. Nessuno li arresterà senza processo. Nessuno interrogherà i loro figli e li imprigionerà in violazione delle convenzioni internazionali di cui Israele è firmatario.
Anche nella peggiore distopia del coronavirus in Israele, non esiste uno scenario in cui i cecchini faranno a gara per sparare alle ginocchia di centinaia di manifestanti, come fanno da mesi al confine di Gaza.
Le case israeliane non saranno bombardate dall’aria e i loro campi non saranno spruzzati di veleno, come accade a Gaza. Tutto sommato (quello in Israele) è un coprifuoco temporaneo in condizioni ragionevoli e con un obiettivo chiaro e comprensibile.
Più o meno il tipo di cose che i palestinesi sognano quando immaginano una vita leggermente migliore.