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Università e ricerca: cosa c’è nel Decreto Rilancio e cosa manca

Paolo Scanga – Luca Galantucci 20/05/2020
Il Decreto Rilancio prevede importanti misure che riguardano l’Università e la Ricerca pubblica. Tuttavia, le varie e numerose lacune rischiano di far pagare la crisi alla componente più debole dalla comunità accademica.

Il 13 maggio, con colpevole ritardo, il Consiglio del Ministri ha approvato il Decreto Rilancio. Da ieri in Gazzetta Ufficiale, possiamo notare importanti e sostanziose misure che riguardano l’Università e la Ricerca pubblica. Si tratta del primo consistente finanziamento dopo più di un decennio di tagli lineari che hanno relegato l’Italia, per quanto riguarda i finanziamenti dell’Alta formazione, nei gradini più bassi in Europa.
L’emergenza sanitaria della Covid-19, diventata immediatamente crisi sociale ed economica, ha messo in luce nell’opinione pubblica la necessità di cambiare rotta rispetto alle misure finora adottate. Vi è stata negli ultimi mesi una forte insistenza nel riconoscere il carattere strategico di alcuni settori pubblici, non solamente la sanità ma anche il comparto della formazione nella sua interezza. Anche per questa ragione non possiamo che considerare favorevolmente lo stanziamento governativo di un 1,4 miliardi per l’Università e la Ricerca.
D’altra parte non è tutto oro quello che luccica e permangono notevoli ombre nel Decreto. In particolare ancora insufficienti sono le misure per la componente precaria dell’università.
Una analisi dettagliata del DL Rilancio ci permette di mettere in luce quali sono le insufficienze e su quali punti bisognerebbe prendere misure urgenti.
L’Articolo 236 riguardante le “Misure a sostegno dell’università, delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica e degli enti di ricerca”, oltre a introdurre nei Commi 3 e 4 un aumento del finanziamento alle università per aumentare la no-tax area e allargare la platea di beneficiari di borse di studio agli studenti e alle studentesse, presenta alcune misure per i dottorandi e le dottorande e per gli assegni di ricerca. Il Comma 5 prevede che per coloro che sono in conclusione del ciclo di studio dottorale possano, volontariamente, far richiesta di proroga, non superiore a due mesi, del termine finale del corso, con conseguente erogazione della borsa di studio per il periodo corrispondente. Per questa misura sono stati stanziati 15 milioni di euro. Evidentemente si tratta di una misura del tutto insufficiente: primo perché questa misura non coinvolge tutti i cicli di dottorato in essere, non riconoscendo l’impatto che l’emergenza pandemica ha avuto sulle vite e sulle ricerche di migliaia di dottorandi e dottorande; in secondo luogo, perché le misure di distanziamento fisico non rendono tutt’ora accessibili le strutture necessarie per svolgere il proprio progetto di ricerca e di formazione:
in moltissimi casi, con la riapertura degli Atenei prevista a settembre, la proroga di soli due mesi è del tutto inadeguata.
Inoltre, secondo i calcoli contenuti nella relazione tecnica, lo stanziamento dei 15 milioni (diversamente dai 20 milioni annunciati nelle prime bozze di decreto circolato) previsto per questa misura coprirebbe soltanto il 60% dei dottorandi e delle dottorande che stanno concludendo il ciclo.
Per quanto riguarda il dottorato, segnaliamo un’altra mancanza preoccupante. Infatti, l’Articolo 92 su “Disposizioni in materia di Naspi e Dis-coll” prevede l’estensione della misura di due mesi per chi ha terminato la fruizione della misura previdenziale entro il 30 aprile, ma questa deadline esclude tutti i nuovi dottori di ricerca che hanno terminato il ciclo nel 2019. Essendo la prestazione erogata dall’INPS, di durata semestrale, esigibile dal 8 novembre il termine coincide con il giorno 8 maggio: per 8 giorni sono rimasti fuori dalla misura migliaia di nuovi dottori e dottoresse di ricerca, proprio mentre il mercato del lavoro è fermo e i concorsi universitari sono bloccati per le misure emergenziali.
Situazione ancora più paradossale è quella dell’assegnista: il Comma 6 dell’Art. 236 prevede la proroga gli assegni in essere alla data del 9 marzo del 2020 ma in totale assenza di uno stanziamento di fondi straordinari.
Le eventuali proroghe andrebbero finanziate con eventuali fondi di ricerca e/o con fondi di Dipartimento. Si tratta di una misura molto problematica in quanto, non venendo nemmeno previsti stanziamenti ed estensioni per ammortizzatori sociali (ad esempio una Dis-coll di emergenza), andrebbe in molti casi a incrementare il carico di lavoro non retribuito svolto da queste figure precarie. Inoltre, nella relazione illustrativa si legge: tenuto conto che la normativa vigente prevede dei limiti massimi per la durata degli assegni in parola, si rende indispensabile che tali limiti massimi siano prorogati in via generale, al fine di non creare disparità di trattamento tra i soggetti beneficiari della proroga ai sensi della presente disposizione e di quelli che, in ipotesi, attesa l’autonomia dei soggetti conferenti gli assegni, possano beneficiarne ad altro titolo». Ciò comporterà che il cumulo massimo di assegni e di contratti precari verrà aumentato a 7 e 13 anni rispettivamente.
Evidentemente, per l’Esecutivo, 12 (!) anni di precarietà non sono un periodo ancora sufficiente per dimostrare di essere all’altezza delle mansioni richieste.
Altre misure importanti per i precari e le precarie della ricerca le troviamo all’Articolo 238 “Piano di investimenti straordinario nell’attività di ricerca”. Qui, il Decreto prevede per i giovani ricercatori il piano di investimento nel reclutamento più rilevante dal 2010 ad oggi. Alle 1607 assunzioni di ricercatori di cui all’articolo 24, comma 3, lettera b), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (RTD B) già previsti nel Decreto Milleproroghe si aggiungono, a partire dal 2021, fondi per l’assunzione di 3.333 altri ricercatori e ricercatrici.
Ci sono, però, delle rilevazioni importanti che vanno fatte: innanzitutto, si tratta di una misura una tantum, quindi non sufficiente visti gli oltre 16.000 posti di strutturati che si sono persi dal 2008 ad oggi per via del blocco del turnover e dei mancati finanziamenti. Se calcoliamo i 12.600 pensionamenti previsti nei prossimi cinque anni, vi è ancora un deficit di ben 23mila posti per quanto riguarda il personale strutturato rispetto al 2008. Inoltre, la ripartizione territoriale dei fondi avverrà secondo i criteri del Milleproroghe, penalizzando i piccoli atenei (soprattutto del Sud Italia) a favore dei grandi atenei nel Nord del paese, abili a trovare finanziamenti esterni che ne migliorano il piazzamento nei Ranking, che ormai determinano vita e morte di atenei, di settori di ricerca e delle carriere di ricercatori e ricercatrici.
A titolo esemplificativo, ricordiamo che il numero dei cosiddetti “Dipartimenti di Eccellenza” (i dipartimenti che possono assumere personale strutturato in misura significativamente superiore rispetto al personale in via di pensionamento) nella sola città di Milano (20) equivalgono quasi al numero di dipartimenti di eccellenza decretati in tutto il meridione (25).
Inoltre, molto preoccupante è il Comma 3 dell’Art. 238: annuncia che se i fondi stanziati per l’assunzione dei ricercatori non venissero usati a tale scopo è previsto che possano essere utilizzati per «altre finalità». Sarebbe inaccettabile se, in questo momento storico e viste le condizioni disastrose in cui versa l’Università e la Ricerca pubblica in termini di precariato, questi fondi venissero usati per gli avanzamenti di carriera del personale già strutturato.
Infine, vi è – Comma 4 – un incremento dei finanziamenti per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) negli anni 2021 (+250 milioni) e 2022 (+300 milioni) e – Comma 5 – un aumento del Fondo di finanziamento ordinario di 100 milioni per il 2021 e di 200 a decorrere dal 2022.
Si tratta senza dubbio di misure ingenti ma che non risolvono i problemi strutturali causati da un decennio di contrazione dei finanziamenti e polarizzazione della loro distribuzione territoriale. Oltre a dover rivendicare ulteriori finanziamenti, che eguaglino almeno la spesa di altri Paesi come Francia o Germania, è necessario aprire una discussione, democratica, su come questi fondi devono essere spesi, mettendo in discussione l’intero impianto della “valutazione” imposto autoritariamente dall’Anvur e bloccando preventivamente le guerre di potere nei dipartimenti sulla pelle del personale non strutturato.
Non possiamo accettare che, nuovamente, sulle componenti più deboli della comunità accademica, i precari e le precarie, ricada il peso della crisi.
►Il collettivo di ricercatori precari UniCovid2020 ha organizzato un’assemblea telematica per discutere di questi temi questo 20 maggio.