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La pandemia della spesa militare

Manlio Dinucci 05/05/2020
C’è un business che non rallenta mai: nel 2019 la spesa militare mondiale ha quasi raggiunto i 2.000 miliardi di dollari, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione

Ogni minuto si spendono nel mondo circa 4 milioni di dollari a scopo militare. Lo indicano le ultime stime del Sipri: nel 2019 la spesa militare mondiale ha quasi raggiunto i 2.000 miliardi di dollari, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione. Ciò significa che oggi si spende in armi, eserciti e guerre più di quanto si spendesse nell’ultima fase del confronto tra Usa e Urss e le rispettive alleanze.
La spesa militare mondiale sta accelerando: in un anno è cresciuta del 3,6% in termini reali. Essa è trainata da quella statunitense che, aumentata in un anno del 5,3%, è salita nel 2019 a 732 miliardi. Tale cifra rappresenta il budget del Pentagono, comprensivo delle operazioni belliche.
Si aggiungono a questo altre voci di carattere militare. Il Dipartimento per gli affari dei veterani, che si occupa dei militari a riposo, ha un budget annuo di 217 miliardi, in continuo aumento. La Comunità di intelligence, composta da 17 agenzie, dichiara oltre 80 miliardi annui, che sono solo la punta dell’iceberg della spesa reale per operazioni segrete. Il Dipartimento per la sicurezza della patria ha una spesa annua di oltre 70 miliardi. Il Dipartimento dell’Energia spende in un anno circa 24 miliardi per mantenere e ammodernare l’arsenale nucleare.
Tenendo conto di queste e altre voci, la spesa militare reale degli Stati uniti già supera i 1000 miliardi di dollari annui. Quella della Nato, stimata da Sipri in 1.035 miliardi nel 2019, è quindi in realtà molto più alta.
La spesa militare della Russia, 65 miliardi nel 2019, è 11 volte inferiore a quella Usa e 16 volte a quella Nato. La spesa militare della Cina viene stimata dal Sipri in 261 miliardi, circa un terzo di quella Usa, anche se la cifra ufficiale fornita da Pechino è di circa 180. Tra i paesi europei della Nato sono in testa Francia, Germania e Regno Uniti con circa 50 miliardi ciascuno. La spesa militare italiana, al 12° posto mondiale, è stimata dal Sipri in 26,8 miliardi di dollari nel 2019.
Viene così sostanzialmente confermato che la spesa militare italiana, aumentata di oltre il 6% rispetto al 2019, ha superato i 26 miliardi di euro su base annua, equivalenti a una media di 72 milioni di euro al giorno. In base all’impegno preso nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno.
Gli Stati uniti – ha annunciato il segretario di stato Mike Pompeo – hanno sollecitato gli Alleati a stanziare altri 400 miliardi di dollari per accrescere la spesa militare della Nato. L’Italia, all’interno della Alleanza sotto comando Usa, è agganciata a meccanismi automatici di spesa.
Ad esempio, fa parte della «Land Battle Decisive Munitions Initiative» per l’acquisto di munizioni sempre più sofisticate e costose (missili, razzi, proiettili di artiglieria) per le forze terrestri. Fa parte con Stati uniti, Francia e Regno Unito del gruppo che, in base a un accordo concluso lo scorso febbraio, fornirà con i propri satelliti militari «capacità spaziali» alla Nato in una vasta gamma di attività.
L’Italia entra così a tutti gli effetti nel nuovo programma militare spaziale della Nato, preparato dal Pentagono e da ristretti vertici militari europei insieme alle maggiori industrie aerospaziali, sulla scia del nuovo Comando spaziale creato dagli Usa per «difendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra».
Tutto ciò comporta altre spese militari con denaro pubblico, mentre occorrono enormi risorse per fronteggiare le conseguenze socio-economiche della crisi del coronavirus, in particolare l’aumento della disoccupazione.
C’è però una azienda che assume: la Nato, che il 29 aprile ha lanciato «un innovativo programma per assumere giovani professionisti», ai quali promette un «salario competitivo» e possibilità di carriera quali «futuri leader e influencer».