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Il mio caffè in prigione con Assange

Slavoj Žižek  Per il giornale GGN – 30/11/2019
“La scorsa settimana ho visitato Julian Assange nella prigione di Belmarsh e un piccolo dettaglio, di per sé insignificante, ha attirato la mia attenzione. Una caratteristica emblematica di come operano le prigioni in relazione al nostro benessere (quello di visitatori e detenuti).

Tutte le guardie sono state gentili e hanno insistito sul fatto che tutto ciò che fanno è per il nostro bene. Ad esempio, Assange è confinato in una cella solitaria 23 ore al giorno. Si deve preparare da solo tutti i suoi pasti in cella. Entro un’ora dall’uscita dal suo cubicolo gli viene intimato di non incontrare altri prigionieri e le comunicazioni con la guardia di accompagnamento sono ridotte al minimo. Qual è il motivo di un trattamento così grave, dato che ora è solo in custodia protettiva? (Ha già scontato, infatti, la pena detentiva ed ora è detenuto solo per impedirgli di sfuggire all’estradizione). La spiegazione che mi è stata data era prevedibile: “È per il suo bene: dato che Assange è un traditore odiato da molti, venendo a contatto con altre persone potrebbe subire qualche attentato …”
Ma l’esempio più folle di questa “attenzione al nostro bene ” si è verificato quando l’assistente di Assange che mi aveva accompagnato da lui, ci ha portato una tazza di caffè. Il bicchiere è stato appoggiato sul tavolo a cui sedevamo Julian e io. Io ho rimosso il coperchio di plastica dal bicchiere, ho bevuto un sorso e l’ho riposato sul tavolo senza ricoprirlo. Immediatamente (non più di 2 o 3 secondi dopo), una guardia mi si è avvicinata facendomi un gesto per indicarmi che avrei dovuto rimettere il coperchio sul caffè. È stato fatto tutto molto gentilmente: è una prigione “umana”, se vogliamo metterla così. Quindi ho fatto come mi era stato ordinato, ma sono rimasto un po’ sorpreso da questa richiesta della guardia. All’uscita, ho quindi colto l’occasione per chiedere ad alcuni funzionari della prigione il perché di quell’ordine. La spiegazione, naturalmente, è stata ancora una volta cortese e premurosa. Qualcosa del tipo: “È per il tuo bene e la tua protezione, signore. Eri seduto al tavolo accanto a un pericoloso prigioniero, probabilmente incline ad atti violenti. E, vedi: tra voi due, vicino al tuo viso, c’era un contenitore aperto pieno di caffè bollente…”
Ho avvertito un enorme calore nel cuore per esser stato così ben protetto e tutelato, chiedendomi solo a quale grave minaccia sarei stato esposto se mi fosse capitato invece di visitare Assange in una prigione russa, o cinese..
Le guardie di quei paesi avrebbero senza dubbio ignorato una misura di sicurezza così nobile e mi avrebbero esposto sicuramente a un pericolo così terribile!
La mia visita è avvenuta due giorni dopo che la Svezia aveva ritirato la sua richiesta di estradizione nei confronti di Assange, ammettendo quindi chiaramente, dopo un ulteriore giro di interrogatori dei testimoni, che non vi fossero motivi per una sua condanna. Tuttavia questa decisione assume contorni sinistri. In presenza di due richieste di estradizione, infatti, un giudice deve di norma decidere quale delle due abbia la priorità. Se dunque l’estradizione in Svezia fosse stata quella prescelta, essa avrebbe inevitabilmente compromesso quella negli Stati Uniti, oltre che comportare il rischio di una ribellione dell’opinione pubblica svedese… In questo modo, però, essendo rimasti solo gli Stati Uniti a chiederla, ora tutto è molto più semplice.
A questo punto, la domanda è evidente: la Svezia aveva davvero bisogno di otto anni per interrogare due testimoni e per stabilire quindi l’innocenza di Assange, rovinando la sua vita in questo lungo periodo e contribuendo alla distruzione della sua reputazione? Adesso è chiaro che le accuse di stupro fossero una bugia, eppure né gli organi statali svedesi né la stampa britannica, complici di questo massacro della sua dignità, mostrano anche solo la decenza di porgere pubbliche scuse. Dove sono, ora, tutti quei giornalisti che hanno scritto che Assange avrebbe dovuto essere estradato in Svezia anziché negli Stati Uniti? Oppure, già che ci siamo, dove sono tutti quelli che andavano in giro dicendo che Assange fosse un paranoico, che non ci fosse proprio nessuna estradizione a minacciarlo e che se avesse lasciato l’ambasciata ecuadoriana sarebbe stato rilasciato dopo due settimane di prigionia, aggiungendo che “tutto ciò che doveva temere fosse soltanto la sua stessa paura”? Quest’ultima affermazione, poi, è per me una sorta di prova della inesistenza di Dio: se ci fosse un Dio giusto, fulminerebbe l’autore di questa oscena parafrasi della famosa frase di D. Roosevelt, al tempo della Grande Depressione.
Ho già citato la Cina. Non posso fare a meno, allora, di ricordare ai miei lettori ciò che ha scatenato quelle gigantesche proteste di Hong Kong che vanno avanti ormai da mesi: la richiesta che Hong Kong accetti la legge che costringe i suoi funzionari a estradare i propri cittadini in Cina, qualora questa lo richieda. Ecco. Sembra che il Regno Unito sia molto più sottomesso agli Stati Uniti di quanto lo sia Hong Kong alla Cina: il governo britannico non vede nulla di problematico, infatti, nell’estradare una persona accusata di un crimine politico negli Stati Uniti. La domanda cinese, per giunta, è ben più giustificata, dal momento che Hong Kong è in definitiva parte della Cina: la formula è “un paese, due sistemi”. In questo senso, il rapporto tra il Regno Unito e gli Stati Uniti è ovviamente capovolto: “due paesi, un sistema” (quello statunitense, ovviamente). Proprio nel momento in cui la Brexit si presenta come mezzo per affermare la sovranità britannica il caso Assange ci aiuta a capire in cosa consista effettivamente questa sovranità: null’altro che una sottomissione alle capricciose richieste degli Stati Uniti.
Ecco dunque giunto il momento, per tutti gli onesti sostenitori della Brexit, di opporsi fermamente all’estradizione di Assange.
Noi non stiamo parlando di una questione politica o giuridica da nulla, ma di qualcosa che ha a che fare con il significato centrale della nostra libertà e dei nostri diritti umani. Quando lo capiremo, finalmente, che la storia di Assange è la nostra, e che il nostro destino verrà profondamente influenzato dalla decisione in merito a questa estradizione? Il forte sostegno che dovremmo assicurare a Julian, insomma, nulla ha a che fare con vaghe motivazioni umanitarie o con la simpatia nei confronti di una vittima infelice.
Riguarda, semmai, una forte preoccupazione per il nostro stesso futuro”.
Slavoj Žižek, “Il mio caffè in prigione con Assange”, CGN, 30 novembre 2019.
Articolo pubblicato in italiano sulla pagina di: Pietro Ratto – BoscoCeduo.it