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ANALISI. Le proteste contro le politiche di governo in Algeria. PARTE 1

Amir Mohamed Aziz 04 apr 2019
Le istanze collettive, le aspirazioni e le rivendicazioni sono spesso sottovalutate nelle discussioni su come e perché l’Algeria sembri essere stata relativamente poco toccata dalle rivoluzioni popolari che hanno avuto luogo in Tunisia, Egitto e Libia nel 2011. Lo sviluppo degli eventi offre indicazioni ben diverse dalle analisi ricorrenti, scrive Amir Mohamed Aziz sulla rivista MERIP.

Traduzione di Elena Bellini
Dal 22 febbraio di quest’anno, ci sono state proteste popolari di massa nelle città di tutta l’Algeria. Dalle strade spazzate dal vento della città portuale di Oran ai viali alberati della capitale Algeri, i manifestanti hanno marciato, ballato, cantato e intonato slogan, da El-djazair, hurra wa dimukratiyya! (Algeria libera e democratica!) a Hadha elchaab la yourid, Bouteflika wa Said! (Il popolo non vuole Bouteflika e Said!). Gli algerini chiedono all’ottandaduenne presidente Abdelaziz Boutefika di rinunciare alla sua idea di candidarsi per il quinto mandato alle prossime elezioni del 18 aprile e dimettersi dal potere.
A fine febbraio, manifestazioni con modalità simili si sono svolte in altre città, tra cui Annaba, Bejaia, Oran, Setif e Tizi Ouzou. A livello internazionale, gli algerini hanno protestato in luoghi strategicamente selezionati: a Place des Nations davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra e a Parigi, dove i manifestanti hanno occupato l’affollata Place de la République sventolando cartelli con scritte come FLN Dégage! (Fuori il FLN!) e brandendo bandiere berbere e algerine. Con la censura alla copertura delle proteste sui media nazionali, ampiamente controllati dallo Stato, solo dopo cinque giorni i giornalisti e i canali televisivi – pubblici e privati – hanno avuto il permesso di cominciare a riferire sulle manifestazioni.
L’élite politica algerina ha minimizzato le proteste, o espresso un sostegno calcolato ai manifestanti attraverso una retorica attentamente studiata, adottando un atteggiamento paternalistico verso chi protestava, senza dare risposte alle loro domande. Il Primo Ministro Ahmed Ouyahia ha affermato il diritto degli algerini a manifestare, ma solo se lo fanno in modo pacifico; durante una seduta parlamentare, pare abbia fatto un infelice paragone tra le proteste in Algeria e l’inizio dell’instabilità politica che alla fine ha travolto la Siria.
Tuttavia, quando un centinaio di giornalisti ha organizzato un sit-in collettivo di protesta ad Algeri, decine di loro sono stati arrestati arbitrariamente dalle forze di sicurezza – tutti arresti eseguiti nella giustamente denominata Place de la Liberté de la Presse (Piazza della Libertà di Stampa). Altrove, ad Algeri, i manifestanti si sono riuniti in Place Audin e hanno iniziato un corteo lungo Rue Didouche Mourad, verso il palazzo presidenziale. Le forze di sicurezza sono intervenute con i lacrimogeni, ma i manifestanti hanno continuato imperterriti, rinnovando gli appelli alle dimissioni di Bouteflika.
L’ottuagenario Bouteflika governa il Paese dal 1999, ma è perseguitato da frequenti problemi di salute, e deve spesso recarsi in Francia e Svizzera per controlli e cure mediche. Da quando, nel 2013, ha avuto un infarto ed è costretto su una sedia a rotelle, il presidente è raramente apparso in pubblico, alimentando diffuse congetture che non sia più in grado di guidare il Paese. I giovani algerini possono solo ricordarsi di averlo visto in televisione, al telegiornale della sera , o sui giornali.
La candidatura alla rielezione di Bouteflika è sostenuta dal Front de Libération Nationale (FLN), partito al governo fin dall’indipendenza dalla Francia del 1962, e appoggiata dalle imprese, da altri partiti politici e organizzazioni sindacali. I partiti dell’opposizione sono frammentati e incapaci di raccogliere un significativo sostegno elettorale – uno stato delle cose che in molti attribuiscono al monopolio del FNL sul potere politico, così come a una certa deferenza al FNL per aver guidato la lotta anticolonialista che ha portato l’Algeria all’indipendenza.
Se la politica formale coinvolge i partiti, le strategie politiche, le istituzioni e gli organi dirigenti attraverso i quali viene esercitato il potere di governo, il “regno politico” include le azioni volte a cambiare radicalmente una politica monolitica. Distinguendo tra politiche e “ciò che è politico” in questo senso, le manifestazioni algerine possono essere intese come proteste contro la politica vera e propria. Come sottolinea Miriam Ticktin, “Il cambiamento radicale è il risultato dell’azione politica, non della politica in sé.” Se chiedere le dimissioni di Bouteflika è stata una delle questioni centrali delle proteste, queste costituiscono più in generale una contestazione di tipo politico contro una politica contorta e dello status-quo sostenuta da un’élite che ha perso il contatto con la reale situazione di peggioramento del Paese.
Interpretazioni delle proteste
La copertura dei media e la cronaca delle proteste di massa sulla carta stampata e sui media online – algerini e non – di solito contestualizza le proteste attraverso tre principali interpretazioni.
Primo, le proteste sono inquadrate in una cornice di apparente innovatività, in cui lo scontento pubblico in Algeria è generalmente visto come una rarità o celebrato come un risveglio a lungo atteso da uno stato di disinteresse politico attribuito a leggi autoritarie che vietavano le pubbliche proteste.
Secondo, le proteste vengono raffigurate come nate dal nulla, con una diffusa manifestazione di stupore per la portata e la rapidità con cui gli algerini si sono mobilitati al di là delle divisioni sociali e rovesciando il taboo dell‘esprimersi politicamente.
Terzo, la dimensione e il successo delle proteste vengono attribuiti al duplice fattore dei social media e della gioventù: le anonime chiamate alla mobilitazione, pubblicate su piattaforme come Facebook e Twitter, sono viste come particolarmente accessibili e popolari tra i giovani algerini. Il decentramento delle proteste oltre i confini della gerarchia organizzativa, come il fatto che nessuno, singolo o gruppo, abbia rivendicato la leadership, promuove l’idea che le proteste possano realizzarsi in modo organico in ogni momento e in ogni luogo.
Inquadrare le proteste sostanzialmente come rivolta populista imprevedibile messa in pratica da una massa indifferenziata e giovane contro una questione elettorale circoscritta – la decisione di Bouteflika di candidarsi al quinto mandato – impedisce una comprensione più ampia delle complessità e del loro potenziale al di là del momento specifico. Le proteste sono iniziate in parte in risposta a questioni della vita sociale algerina, ma devono essere lette all’interno di un più ampio contesto di dinamiche politico-economiche africane, mediterranee e transnazionali.
La protesta rivoluzionaria contro le politiche non è una novità in Algeria, né qualcosa senza precedenti. Gli algerini hanno preso parte a manifestazioni di scontento politico in numerose circostanze storiche prima e dopo il 1962, anno dell’indipendenza, e quelle proteste si sono spinte ben oltre la messa in discussione delle politiche elettorali. Durante il colonialismo, gruppi tribali, partiti nazionalisti e organizzazioni anticolonialiste hanno organizzato numerose proteste e rivolte di diversa intensità in tutto il Paese. Il massacro di Setif e Guelma, l’8 maggio 1945, per esempio, ha avuto luogo dopo che gli algerini si erano gioiosamente riuniti nelle strade per celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta della Germania nazista. Mentre le persone riunite chiedevano l’indipendenza per l’Algeria, l’esercito coloniale francese reagì con forza sproporzionata. Come dimostrato dalla ricerca storiografica e nei racconti autobiografici di Zohra Drif e Elaine Mokhtefi, la genealogia delle proteste rivoluzionarie in Algeria non può essere compresa se viene separata dalle manifestazioni politiche dell’epoca coloniale. Quegli avvenimenti hanno dato forma ai contorni della coscienza rivoluzionaria algerina, sui quali le nuove generazioni continuano a disegnare.
Dagli anni 2000, gli algerini sono scesi in strada per dar vita a decine di migliaia di micro rivolte: piccole manifestazioni localizzate durante le quali i partecipanti fanno richieste molto specifiche al governo. Dal 2010 al 2012, in tutta l’Algeria ci sono state proteste di massa contro le politiche di status quo. Quelle proteste sono nate dallo scontento diffuso per l’aumento del costo del cibo, inflazione, disoccupazione, corruzione e nepotismo – le stesse questioni che sono alla base delle proteste del 2019. Inoltre, in luoghi diversi dalle città costiere e dai centri metropolitani, si verificano proteste sporadiche e localizzate.
La zona desertica meridionale, che produce petrolio, è diventata l’epicentro di frequenti scioperi e disordini sociali da parte dei residenti e dei lavoratori del settore petrolifero, che periodicamente protestano in modo nonviolento contro l’aumento del costo dell’energia e la disoccupazione. Tuttavia, le proteste localizzate nel sud del Paese raramente vengono catalogate come politiche o nazionali a causa della loro piccola portata e al relativo isolamento della regione meridionale dalla zona settentrionale, costiera e montuosa.
Il governo algerino spesso mette a tacere questo dissenso locale con soluzioni rapide, come tangenti, voucher (buoni) e aumenti salariali. Questo tipo di risposta dimostra come la resistenza possa essere momentaneamente cooptata, almeno fino al prossimo ciclo di disordini.
Tutto ciò indica che l’impegno politico attivo attraverso la protesta non è una novità in Algeria e che le proteste si realizzano in diversi ambiti spazio-temporali. Questi vanno dalle manifestazioni localizzate e più di routine del sud a quelle più movimentate della zona settentrionale più densamente abitata, in grado di ottenere un’eco nazionale e internazionale.
L’innesco delle rivendicazioni collettive
L’indignazione collettiva verso il regime del FNL è la conseguenza di decenni di stagnazione economica, aumento della disoccupazione, corruzione endemica e frammentazione del mercato del lavoro. L’indignazione non riguarda solo la corruzione della politica elettorale. Le istanze collettive, le aspirazioni e le rivendicazioni di generazioni di algerini sono state incanalate in un movimento di protesta composito, che tenta di cambiare, attraverso un’azione politica collettiva, una politica statica e corrotta a cui rifiuta di adattarsi. Le proteste non sono una novità nel senso di un risveglio; piuttosto, si sono innestate su tensioni più generali e di vecchia data, e sulle frustrazioni per la stagnazione nazionale. L’annuncio che Bouteflika si sarebbe candidato per il quinto mandato è stata la miccia che ha fatto esplodere le proteste.
Le istanze collettive, le aspirazioni e le rivendicazioni sono spesso sottovalutate nelle discussioni su come e perché l’Algeria sembri essere stata relativamente poco toccata dalle rivoluzioni popolari che hanno avuto luogo in Tunisia, Egitto e Libia nel 2011. Per dare un senso alla cosiddetta eccezione algerina, gli opinionisti hanno proposto spiegazioni che vanno dal concetto che l’abbondanza di petrolio algerino ne assicura la capacità di contenere l‘instabilità politica, all’idea che il FNL raccolga ancora una considerevole quantità di rispetto da parte della popolazione. Inoltre, si dice che Boutflika sia ancora molto popolare tra le generazioni più anziane di algerini, che lo ricordano come il leader che condusse al termine la sanguinosa guerra civile del 1991-2002. Quella guerra, combattuta tra gruppi islamici e il governo del FNL, costò più di 200.000 vite.
Queste spiegazioni dell’eccezione algerina, comunque, non considerano come l’Algeria, di fatto, sia stata toccata (dalle vicine rivoluzioni popolari, ndt.) . Il prezzo del petrolio e del gas è crollato in seguito alle primavere arabe, causando un’enorme instabilità economica e alimentando la serie di scioperi e proteste che periodicamente hanno scosso il sud del Paese. Le proteste del 2010-2012 saranno anche state domate rapidamente dalle forze dell’ordine, ma la memoria collettiva delle violenze perpetrate dalla polizia rimane. Le misure economiche introdotte in seguito alle proteste del 2010-2012, come sussidi, bustarelle e aumento della spesa pubblica, erano soluzioni a breve termine per placare la popolazione; non hanno ridotto il tasso di disoccupazione o migliorato la qualità della vita. Se non c’è stato alcun cambiamento strutturale nelle istituzioni della politica ufficiale in Algeria in seguito alle primavere arabe, la vita socio-politica algerina, però, ne è stata influenzata, con modalità che hanno contribuito a modellare le dinamiche dell’attuale dissenso e della protesta. (fine parte 1, il seguito domani 5 aprile).