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Israele: ebrei pregheranno sulla Spianata al Aqsa, proteste e scontri

Michele Giorgio 13 marzo 2019
GERUSALEMME. I palestinesi hanno reagito alle dichiarazioni fatte domenica dal ministro israeliano Erdan che ha anche escluso che una nuova moschea possa sorgere nel terzo luogo santo dell’Islam che per gli ebrei è il Monte del Tempio.

Sono stati immediati i riflessi delle dichiarazioni fatte domenica dal ministro israeliano della sicurezza interna Gilad Erdan secondo il quale «non ci sarà una seconda moschea» sulla Spianata di al Aqsa di Gerusalemme e «gli ebrei un giorno torneranno a pregare nel sito» che considerano il Monte del Tempio. Parole da campagna elettorale, per raccogliere il consenso degli ultranazionalisti religiosi dietro il suo partito il Likud, ma che hanno infiammato ulteriormente gli animi palestinesi già accesi dalla crisi che si trascina da settimane per la chiusura (poi sospesa) da parte della polizia di Bab al Rahme, uno degli ingressi della Spianata. Ieri sono divampati violenti scontri tra polizia e dimostranti e sono andati avanti per molte ore, nel sito religioso e intorno alle mura della città vecchia.
Il clima si è aggravato dopo l’annuncio del blocco di tutti gli ingressi per al Aqsa in risposta al lancio di una bottiglia molotov contro un posto di guardia della polizia. In tutta l’area sono affluiti reparti antisommossa che hanno disperso i manifestanti con manganellate e arresti. I palestinesi hanno risposto pregando nei vicoli della città vecchia e nelle strade intorno ad essa. Nelle stesse ore in Cisgiordania l’esercito israeliano uccideva due palestinesi. Il primo, Yasser Shweiki, 27 anni, nella zona orientale di Hebron. Avrebbe tentato di accoltellare dei soldati, sostiene il portavoce militare. La famiglia nega. Il secondo, Mohammed Shahin, 23 anni, durante un blitz dei militari a Salfit, a sud di Nablus, al quale decine di giovani hanno reagito lanciando pietre.
Da Gaza il movimento islamico Hamas ha esortato la popolazione palestinese di Gerusalemme a difendere la Spianata di al Aqsa mentre il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha chiesto l’intervento della comunità internazionale ad intervenire e ha accusato gli ultranazionalisti israeliani di aver costantemente violato il luogo santo. La crisi è cominciata il mese scorso quando la polizia ha sigillato Bab al Rahma. Poi è stata riaperta ma le autorità israeliane hanno vietato a dozzine di palestinesi, compresi i funzionari religiosi, di entrare ad Al-Aqsa passando per quella porta. I palestinesi sembrano intenzionati ad allestire nei pressi di Bab al Rahma un’altra moschea o un luogo di preghiera con l’obiettivo di impedire che, sull’onda delle pressioni delle frange più estreme della destra religiosa ebraica che chiede la “riconquista” del Monte del Tempio, Israele proceda alla spartizione della Spianata, un lato per i musulmani ed uno per gli ebrei, sul modello della divisione della Tomba dei Patriarchi di Hebron avvenuta dopo la strage del 1994 di 29 musulmani compiuta dal coloni Baruch Goldstein. Divisione che, affermano i palestinesi, farebbe da preludio alla ricostruzione del Tempio.
Bab al Rahma era in stato di abbandono dopo la chiusura avvenuta 2003 per ordine della polizia. Il sito in precedenza era stato usato, affermavano gli israeliani, dal movimento islamico in Israele poi dichiarato fuorilegge. Il mese scorso i palestinesi hanno deciso di aprire una sala di preghiera a Bab al Rahma. Il Waqf, custode per conto della Giordania dei luoghi santi islamici, ha voluto affermare la propria autorità in un’area su cui aveva avuto sempre il controllo. Quando la polizia è tornata a chiudere la porta i palestinesi hanno denunciato una violazione dello status della Spianata volta ad assecondare le mire delle organizzazioni israeliane che intendono ridare vita al Tempio. Secondo gli ultranazionalisti religiosi la ricostruzione del Tempio favorirà l’avvento del Messia.