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IL PONTE BALCANICO. Il problema della restituzione delle proprietà in Bosnia

Marco Siragusa 22 marzo 2019
A febbraio il parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede a Sarajevo di emanare una normativa che imponga la restituzione delle proprietà confiscate o il risarcimento dei beni sequestrati durante la Seconda guerra mondiale. Tra le comunità ad esultare c’è quella ebraica che parla di “giustizia per i sopravvissuti dell’Olocausto”.

Il 13 febbraio scorso il parlamento europeo ha adottato una risoluzione che sollecita le autorità bosniache ad emanare un’adeguata normativa circa la restituzione delle proprietà confiscate o, in alternativa, il risarcimento dei beni sequestrati durante la seconda guerra mondiale o nazionalizzati durante il periodo socialista. La richiesta è stata addirittura posta come condizione necessaria per la valutazione della domanda di adesione di Sarajevo all’Unione Europea presentata nel febbraio 2016. La notizia è stata accolta con grande entusiasmo dalla comunità ebraica che, tramite il suo presidente Jakob Finci, ha espresso soddisfazione per questo passo verso l’adozione della “tanto attesa legge” che darebbe finalmente “giustizia ai sopravvissuti dell’Olocausto e alle loro famiglie, alla comunità ebraica e alle altre comunità religiose”.
Nel 2009 la Bosnia è stato uno dei 46 paesi che sottoscrissero la Dichiarazione di Terezin che prevedeva uno sforzo da parte degli Stati partecipanti verso la restituzione dei beni immobili appartenenti alle vittime dell’Olocausto e alle altre vittime della persecuzione nazista. La Dichiarazione auspicava un processo rapido, semplice, accessibile e trasparente ma a distanza di dieci anni la Bosnia non è ancora riuscita ad emanare una legge complessiva sulla questione. Il motivo è sempre lo stesso: l’instabilità del paese e la continua contrapposizione tra le due entità che lo compongono, la Federazione Croato-Musulmana e la Republika Srpska.
Quest’ultima, nel 2000, approvò una propria legge sulla restituzione che venne però annullata dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante, l’autorità deputata alla supervisione dell’attuazione degli Accordi di Dayton, con la motivazione che la questione dovesse essere regolata a livello statale e non dalle singole entità. L’assenza di una legge onnicomprensiva ha permesso alle autorità locali di gestire i singoli casi in maniera discrezionale e direttamente con le comunità coinvolte. La comunità ebraica, per esempio, ha identificato circa 130 proprietà ma nessuna di queste è stata ad oggi restituita agli eredi dei vecchi proprietari o alla stessa comunità in caso di proprietà pubbliche. La presenza ebraica in Bosnia è oggi piuttosto ridotta, contando circa mille appartenenti contro i 14 mila censiti prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
La mancanza di un quadro complessivo crea particolari problemi anche riguardo il censimento delle terre e dei beni confiscati. Secondo la Commissione per la Restituzione, creata dal Consiglio dei ministri nel 2005, circa un milione di ettari di terra e tre milioni di metri quadrati di spazi commerciali e residenziali appartenenti a varie comunità sono stati nazionalizzati durante il periodo socialista. Queste stime non vengono però confermate dalle stesse comunità. Quella islamica rivendica la restituzione di oltre 30 milioni di ettari di terra, un numero ben più alto rispetto a quanto registrato dalla Commissione. A differenza della comunità ebraica, quella islamica e quelle cattoliche e ortodosse hanno goduto negli anni passati della restituzione di alcune proprietà soprattutto nella zona del distretto autonomo di Brcko, al confine con la Croazia e a pochi km da quello con la Serbia. La comunità islamica ha per esempio goduto della restituzione, nel 2007, del “Islahijet building” nazionalizzato nel 1954.
Le difficoltà maggiori nell’attuazione di una nuova norma in grado di ristabilire i diritti di proprietà risulta particolarmente difficile anche per l’enorme esborso finanziario previsto per il risarcimento e la perdita dei beni restituiti. La legge sulla denazionalizzazione emanata nel 2009, a cui non venne data nessuna applicazione pratica, stimava il valore delle proprietà in circa 25 miliardi di euro e in 950 milioni la cifra approssimativa per la compensazione. Per un paese in profonda crisi economica come la Bosnia queste spese sono semplicemente impossibili da sostenere. A questo va aggiunto anche il problema del ritorno e della restituzione delle proprietà riguardante i conflitti jugoslavi che coinvolsero il paese tra il 1992 e il 1995 e la profonda divisione su linee etniche che rende particolarmente complicata la riassegnazione di tali proprietà.
Come spesso accade, l’Unione Europea impone ad un paese candidato sforzi immani per adeguare la propria legislazione a quella dei paesi membri senza però prevedere un sostegno politico, economico e anche tecnico in grado di superare le difficoltà e far fronte ai costi eccessivi derivante dall’applicazione delle nuove norme. In una fase delicata per la fragile stabilità politica del paese, legare il processo di adesione all’emanazione di una legge sulla restituzione delle proprietà che rischierebbe di aggravare le già povere casse dello Stato sembra una scelta pericolosa che potrebbe ottenere l’effetto opposto a quello sperato e cioè un ulteriore rallentamento dell’integrazione europea della Bosnia-Erzegovina.