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SUMMIT DI BEIRUT. Vincono Usa e monarchie sunnite, Siria fuori dalla porta

Michele Giorgio 19 gennaio 2019
Il vertice per lo Sviluppo Economico e Sociale che si apre oggi nella capitale libanese vede il boicottaggio di quasi tutti i capi di stato arabi.

Damasco rinuncia a sua volta. Dietro le quinte le pressioni dell’Amministrazione Trump per isolare Damasco alleata dell’Iran.
Immaginarlo come il summit della riconciliazione era privo di senso. Non era irrazionale però pensarlo come l’inizio di un dialogo tra arabi volto a mettere fine ad anni segnati dallo scontro tra le petromonarchie sunnite e il “blocco sciita”, dal più recente conflitto tra Arabia saudita e Qatar e dagli interessi in Medio oriente delle potenze occidentali. Un mix tossico che ha devastato la Siria e lo Yemen e gravato sulle sorti di Iraq e Libano. Senza dimenticare i quattro anni di Califfato dell’Isis nel nord dell’Iraq e della Siria. Invece il vertice dello Sviluppo Economico e Sociale che si apre oggi a Beirut ha ribadito le differenze enormi esistenti tra i leader arabi e rinviato chissà a quando il reintegro della Siria nella Lega araba che appena qualche settimana fa sembrava imminente.
Quasi tutti i capi di stato hanno informato il Libano che non parteciperanno al summit economico ribaltando quanto avevano annunciato in precedenza. Ufficialmente la retromarcia deriva dall’opposizione espressa da alcune forze sciite libanesi, in particolare il partito Amal, alla presenza della Libia che, da parte sua, ha replicato boicottando l’incontro.La Libia è ritenuta la responsabile della sparizione nel 1978 dell’ispiratore del “revival sciita” in Libano (e non solo) e fondatore di Amal, l’Imam Mousa al-Sadr, e di due suoi compagni durante una visita ufficiale nel paese.
Il motivo reale è sempre la Siria. L’Amministrazione Trump, assieme a Qatar e Arabia saudita, preme affinché sia mantenuto nei confronti di Damasco, alleata del “nemico” Iran, una linea non di dialogo bensì di scontro. Washington è decisa a bloccare l’aiuto regionale e internazionale necessario per la ricostruzione del Paese. Solo i presidenti della Mauritania e della Somalia perciò parteciperanno al summit, i rimanenti 18 Stati arabi invieranno solo delegazioni a livello ministeriale. Mancherà anche il presidente dell’Anp Abu Mazen che, spiegano a Ramallah, ha preferito non violare i diktat dell’Arabia saudita. Da parte sua il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, ha comunicato che non ci sono novità per la Siria lasciando intendere che al vertice annuale arabo, previsto a marzo, Damasco sarà lasciata ancora una volta fuori dalla porta.
La Siria, attraverso il suo ambasciatore a Beirut, Ali Abdel Karim Ali, ha reagito annunciando che non prenderà parte all’incontro a Beirut. «Con grande rispetto per la parte ospitante – ha detto il diplomatico – abbiamo deciso di rinunciare, non è possibile partecipare mentre la Lega araba non corregge l’approccio inappropriato nei nostri confronti». Ieri, durante l’incontro preparatorio del vertice svolto dai ministri degli esteri, il capo della diplomazia libanese, il ministro Gebran Bassil, è intervenuto a sostegno di Damasco. “Oggi la Siria è il vuoto più grande nel nostro summit», ha detto rammaricandosi per la partecipazione non a livello di capi di stato dei paesi invitati. Damasco comunque sarà ugualmente presente attraverso la proposta che sarà illustrata dal capo dello stato libanese Michel Aoun e che prevede un “meccanismo” per la ricostruzione del paese.
Sullo sfondo c’è la guerra, per ora fatta di sanzioni economiche e diplomatiche, che l’Amministrazione Trump, le monarchie sunnite arabe e Israele fanno all’Iran. Una ulteriore escalation è prevista dopo la conferenza promossa dagli Stati uniti “Pace e sicurezza in Medio Oriente” con paesi arabi, africani e occidentali, incentrata sulle “attività regionali” dell’Iran, si terrà dal 13 al 14 febbraio a Varsavia. Un vertice che, scrivono da giorni i giornali arabi, dovrebbe dare vita a una Nato araba in funzione anti-Tehran. Un’alleanza di cui Israele solo ufficialmente non farà parte perché la presenza a Varsavia del premier Netanyahu,assieme ai ministri degli esteri arabi, indica con chiarezza il ruolo di Tel Aviv.