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Donna carbonizzata a Brescia: se a uccidere è un’altra donna, si tratta di femminicidio?

21 Gennaio 2019
Se una donna uccide un’altra donna per via di stereotipi sessisti che deviano il discorso sulla cultura del possesso e sulla criminalizzazione della donna in una questione relazionale si tratta, anche in questo caso, di femminicidio.

Perché il femminicidio non è tale solo se a compierlo è un uomo e perché si tratta di un delitto compiuto al fine di annientare una donna attribuendole un preciso ruolo di genere. Quale ruolo di genere più classico e stereotipato se non quello della rivale malefica che, secondo l’altra, ti toglie la possibilità di vivere un rapporto amoroso? Se la reo confessa assassina avesse usato un minimo di razionalità avrebbe attribuito la responsabilità della fine del rapporto a lui, certamente in grado di porvi fine per propria decisione. Dunque perché uccidere l’altra? Perché poi tirare fuori le stesse storie che usano altre persone in altri episodi di questo genere? Raptus? Gesto non premeditato? E la pigli a martellate più e più volte?

Se la cultura del possesso è uno dei motivi che impediscono il riconoscimento del consenso o dissenso di una donna quando lascia un uomo, lo è anche nel caso in cui quella donna rappresenta il ruolo stereotipato della rivale in amore. Due donne in lotta per un uomo, un classico della visione maschilista del mondo. Come quando ci sono due uomini che si contendono le attenzioni di una donna. Quando si dice che Lui/Lei è mi@ e di nessun altr@ le scelte di solito possono essere due: quella di eliminare l’oggetto del contendere ovvero la persona che rifiuta di appartenere o quella di eliminare la o il rivale. Si tratta solo di un’altra faccia della stessa medaglia. Si ignora la capacità di scelta del soggetto che vuole andare altrove e si identifica nella persona uccisa la causa di tutto.
Quando un lui uccide il rivale in amore rientra nella cornice del femminicidio. Alcuni la chiamano vittima collaterale ma non lo è. È come quando lui uccide i figli perché lei lo ha lasciato. Anche quello rientra nella stessa cornice. Se per femminicidio intendiamo ogni tipo di violenza esercitata al fine di annientare una donna, il suo mondo, le sue relazioni, le sue scelte di vita, dunque perché non dovrebbe essere definito tale questo delitto? Se non è possibile inserire questo assassinio all’interno della stessa cornice allora non capisco. Il mondo di una donna è profondamente leso dall’imposizione di ruoli di genere. I ruoli sono di questo tipo: la cura per figli e marito, ruolo riproduttivo, quello di donna fedele che non lascerà mai un uomo, quello di una donna che non può dire mai di no a un approccio sessuale perché stereotipo vuole che lei sia considerata un oggetto, quello di un capo che non valorizza la collega o l’impiegata considerandola inferiore perché donna, quello che caratterizza una relazione secondo una visione sessista. Lei in quanto oggetto di attenzioni e non come persona. Tolto l’oggetto, dunque, l’altra potrà avere spazio in una relazione.
Dunque facciamo finta che sia così, a prescindere da come andrà l’arresto, il processo e via di seguito, considerare un oggetto del desiderio maschile la donna che viene uccisa significa adottare la stessa visione che usa un uomo quando evita di considerare la donna come persona dalla propria volontà e soggettività. Da un oggetto non ci si aspetta un rifiuto. L’oggetto deve fare quello che gli si dice altrimenti paga con la propria vita l’atto di disobbedienza. Ecco perché tutto ciò rientra nelle stesse dinamiche del femminicidio.
A me quel termine non piace molto proprio perché è stato frainteso, è diventato l’equivalente dell’omicidio di una femmina da parte di un maschio. Ecco perché preferisco parlare di violenza di genere. Una violenza esercitata perché si attribuisce all’altra un preciso ruolo di genere. Questo significa che in questo tipo di violenza rientra la vittima all’interno di una coppia lesbica, l’assassinio di una persona trans perché trans, per esempio. Lasciare che la violenza di genere sia confusa col resto è come annullare la possibilità di studiare forme di prevenzione che risiedono solo in una battaglia contro la cultura sessista che determina tale violenza. Se così non è allora come possiamo interpretare diversamente questo delitto? Togliendo i soliti “anche le donne uccidono”, cosa di cui siamo più che consapevoli e che comunque non annulla il fatto che la violenza di genere sia commessa per motivi precisi, trovo che ragionare di questo tipo di delitti senza cadere nella trappola dell’indifferenza nei confronti di un’assassina perché donna sia necessario.
Una donna che uccide il marito lo fa più spesso perché lui è violento. Lo uccide nel sonno, solitamente, perché ha paura di lui e non potrebbe sopraffarlo altrimenti. L’assassinio che lei compie non è giusto, potrebbe divorziare, questa dovrebbe essere la soluzione. Ma questa è la lettura da usare per prevenire questo tipo di crimini. Una donna che uccide un lui perché lo vuole tutto per sé non può essere considerata fuori contesto. Chiamatela violenza relazionale ma le dinamiche sono praticamente le stesse. Una donna che uccide l’altra donna, invece, non fa altro che perpetuare una cultura che appartiene a una visione sessista delle relazioni. Che altro? Parliamone. La mia è una proposta di discussione.
Nb: a margine di queste considerazioni aggiungo un altro spunto di riflessione. Quando una donna uccide un’altra donna l’assassina viene giudicata non solo per il delitto commesso ma, con una carica d’odio forcaiola orribile, anche attraverso criteri “sessuali”. Perciò, come potete vedere dai commenti sotto, questa donna non sarà solo un’assassina ma esiste l’aggravante della “faccia da troia”. Si tratta di sessismo veicolato da donne. Poi non dite che non c’è bisogno di tanto femminismo.