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IRAQ. Uccisa attivista per i diritti umani

28 settembre 2018, Nena News
Suad al-Ali è stata uccisa martedì a Bassora da due uomini mascherati. Da mesi era in prima fila nelle proteste che hanno luogo nel sud del Paese contro la mancanza di servizi, disoccupazione, acqua contaminata e black out elettrici.

Due uomini mascherati le si sono avvicinati fuori da un supermercato nel centro della città irachena di Bassora e le hanno sparato alla testa: è morta così l’altro ieri Suad al-Ali, attivista per i diritti delle donne 46enne, da mesi tra i leader delle proteste nel sud del paese contro la mancanza di servizi, disoccupazione, acqua contaminata e black out elettrici. Nell’attentato è rimasto ferito anche il marito, ma dovrebbe salvarsi. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’omicidio per cui chiede immediatamente l’apertura di una indagine la Campagna del Golfo (Gchr) per i diritti umani. “Condanniamo nei modi più forti l’assassinio della dottoressa Suad al-Ali ed esprimiamo le nostre preoccupazioni per la violazione del diritto della libertà di riunione dei dimostranti pacifici e di altri difensori dei diritti umani in Iraq. Tra questi, avvocati, giornalisti, blogger che continuano il loro lavoro con coraggio nonostante il rischio di essere arrestati o violentati” si legge in una dichiarazione del Gchr.
Al-Ali, a capo dell’organizzazione Al Wid Al Alaiami For Human Rights, era tra le organizzatrici delle manifestazioni a cui prendeva parte con altre donne. Il sito di al-Wid al-Alaiami, che lei dirigeva, scrive che il suo obiettivo è quello di “convocare conferenze economiche e culturali, seminari e workshop educativi per la nostra società che dobbiamo far sviluppare e progredire”. Ma al-Ali non si limitava al lavoro nei palazzi: era infatti in prima linea in piazza. Un personaggio scomodo per le sue idee, forse per il suo essere donna in un mondo politico locale dominato dalla presenza maschile: al-Ali è la prima figura pubblica ad essere assassinata in città da quando le manifestazioni di protesta sono iniziate lo scorso luglio. Ma la sua uccisione non fermerà la rabbia popolare: cortei e dimostrazioni continueranno nonostante la repressione governativa e l’uccisione di quasi 20 manifestanti. Martedì erano in migliaia in piazza perché la situazione economica e sociale non migliora. Baghdad continua ad essere lontana. E non solo geograficamente.
A contrastare la rabbia popolare sono soprattutto le potenti milizie e i partiti politici che, vicini all’Iran, controllano la città. Contro di loro si è scagliata la rabbia di migliaia di cittadini in questi mesi: una rabbia che non di rado si è tradotta in attacchi e distruzione di alcuni dei loro edifici. E se i manifestanti lamentano la repressione e le minacce subite dai gruppi armati e dai partiti, gli accusati puntano il dito contro l’Arabia Saudita, Israele e gli Usa: sarebbero questi tre paesi, affermano, a guidare le proteste. Ancora una volta la teoria del complotto: la strada più semplice da prendere per non affrontare i problemi reali della popolazione locale.