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La leggitimazione dell’apartheid: Le nuove regole del colonialismo in Israele

Jorge Elbaum 

Tradotto da  Daniela Trollio

L’approvazione, giovedì scorso, della denominata Legge Fondamentale dello Stato Ebreo comporta la degradazione della piena cittadinanza per coloro che non possiedono identità ebrea.

La legislazione approvata al congresso unicamerale israeliano (chiamato Knesset) legittima giuridicamente la segregazione di fatto nel territorio israeliano da decenni, e impone nuove condizioni di vassallaggio agli abitanti dei territori occupati (militarmente) della Palestina.

La norma cerca di consolidare i privilegi (già consolidati di fatto) di cui godono i cittadini di ascendenza ebrea al di sopra di altre collettività, che rappresentano – in territorio israeliano – il 20% della popolazione (tra cui beduini, drusi e arabi musulmani).
Israele non ha mai approvato una Costituzione Nazionale ma questa norma, adottata giovedì scorso, è assimilabile a quella fondamentale architettura giuridica. E’ stata approvata da maggioranza semplice di 62 voti contro 55 e 2 astensioni. Il suo obiettivo primario è l’imposizione della superiorità ebrea su qualsiasi altra componente etnica, linguistica e/o confessionale. I voti di maggioranza che hanno portato all’approvazione della legge di supremazia sono venuti dall’alleanza che raggruppa i settori della destra insieme a quelli religiosi ortodossi, guidati dal premier Bibi Netanyahu.
L’offensiva di questi settori è stata favorita dal presidente Donald Trump, che recentemente ha voluto legittimare l’annessione di Gerusalemme occidentale attraverso l’installazione della sua ambasciata in questa città.
La normativa non solo identifica lo Stato con una identità specifica dei suoi abitanti (segregando coloro che non la possiedono), ma annulla l’arabo come idioma ufficiale, posto come tale dalla dichiarazione di indipendenza stessa di Israele nel 1948. Legittima, anche, la proibizione che gli arabi musulmani possano accedere all’acquisto di proprietà nei conglomerati definiti ebrei.
La segregazione appare come la continuità di ricorrenti politiche di persecuzione che si esprimono in diversi spazi sociali. Lo scorso 16 luglio il congresso si è espresso contro la possibilità che gruppi pacifisti – formati da ebrei e musulmani, tra cui Breaking the Silence – possano svolgere opera di sensibilizzazione nelle scuole riguardo agli abusi dell’esercito nei territori occupati della Palestina.
Due giorni dopo, il Governo ha proibito – su richiesta dei religiosi fondamentalisti – che i cittadini omosessuali possano diventare padri grazie alla gestazioni in corpi “surrogati”. Il 19 luglio è stato arrestato un rabbino indipendente (della gerarchia locale) per non essersi sottomesso ai comandamenti dell’ortodossia. E il 20 luglio Netanyahu ha ricevuto pomposamente – a Gerusalemme – il premier ungherese Viktor Orban, il massimo esponente della destra neonazista europea. Il 25 luglio, su pressione del Likud, è stato licenziato il disegnatore del Jerusalem Post, Avi Katz, per una vignetta su Bibi Natanyahu ed i suoi accoliti (raffigurati come maiali in giacca e cravatta, con la dicitura “Tutti gli animali sono uguali … ma alcuni lo sono più di altri”, n.d.t.).
Uno dei principali promotori della normativa segregazionista, il deputato di destra Avi Dichter, ha espresso con chiarezza il motivo della norma: “Promulghiamo questa legge per evitare che Israele sia un paese per tutti i suoi cittadini”. Solo uno dei deputati della destra non ha promosso il progetto: il figlio dell’ex primo ministro Menahem Begin, che ha avvertito che “non si dimostra il patriottismo quando lo si impone al di sopra dei diritti umani. Questo patriottismo si deteriora e si trasforma in nazionalismo” (assegnando così al termine “patriottismo” un carattere fascista).
Da parte sua il leader del gruppo laburista Isaac Herzog – figlio di Jaim, ex presidente di Israele – ha affermato che l’approvazione “distrugge il ‘principio di eguaglianza’” e presuppone un inaudito discredito di Israele davanti alla comunità internazionale. Le contestazioni sono cominciate ad arrivare, anche da settori conservatori come è il caso del presidente del Congresso Ebreo Mondiale Ronald Lauder che, in una nota al New York Times riferita al dibattito sulla legge segregazionista, affermava: “Se le cose continuano come adesso, Israele dovrà fare una scelta difficile: concedere pieni diritti ai palestinesi e smettere di essere uno Stato esclusivamente ebreo o tagliarglieli completamente e smettere di essere una democrazia”.
Lo scorso giovedì la destra israeliana ha scelto la seconda opzione.
Uno dei settori che hanno rifiutato la legge – i congressisti che formano l’Alleanza Congiunta (che raggruppa israeliani ebrei antisionisti, musulmani e arabi laici) – ha avvertito attraverso uno dei suoi portavoce, il deputato comunista Yussef Jabarin, che il consenso alla normativa presuppone “una chiara discriminazione etnica verso i cittadini arabi di Israele”. Un altro dei deputati arabi, Issawi Frej (del partito progressista Meretz) ha messo in discussione la terminologia segregazionista utilizzata ed è stato espulso dalla sala della Knesset (il parlamento israeliano).
Il legislatore Ayman Odeh ha sventolato una bandiera nera. Mentre pronunciava il suo discorso ha strappato una copia del progetto e – insieme a militanti del gruppo Pace Ora – ha definito l’iniziativa come la “legalizzazione dell’apartheid”. Tutti sono stati obbligati ad abbandonare la sala delle sessioni.
Il membro del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – OLP – Hanna Ashrawi ha scritto in un comunicato ufficiale che il progetto dello Stato-nazione ebreo “conferisce la licenza alla discriminazione, alla pulizia etnica e al settarismo a spese del popolo palestinese”.
La modifica dello status di cittadinanza pretende di utilizzare il resto degli ebrei del mondo come forma di appoggio complice. Ma questa politica non sembra avere molto successo visto che molti collettivi identitari ebrei – all’interno e all’esterno di Israele – hanno apertamente ripudiato la legge segregazionista ed hanno condannato l’apartheid che questa promuove.
Ad esempio qui (in Argentina, n.d.t.), l’Appello Argentino Ebreo si è ripetutamente espresso contro i ripetuti e diversi esercizi repressivi contro i palestinesi e – con riferimento all’ignominiosa legge segregazionista – ha fatto proprie le varie posizioni prese dagli scrittori ebreo-israeliani Gideon Levy e Amira Haas.
Quest’ultima, in un coraggioso articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz lo scorso 18 luglio, ha profetizzato:
“Arriverà il giorno in cui la linea di credito dell’Olocausto si esaurirà. Arriverà il giorno in cui i leaders del colonialismo ebreo israeliano saranno giudicati. Arriverà il giorno. E coloro che oggi mostrano una (decrescente) tolleranza verso di noi a causa di Auschwitz da una parte, per la nostra industria della guerra e dello spionaggio e per il nostro candore dall’altro, si stancheranno. (….) Semplicemente, non possiamo sapere se succederà dopo un orribile spargimento di sangue o prima di esso. Quando questo giorno arriverà, meglio sarà per tutti noi”. 
Per concessione di CIP Tagarelli
Data dell’articolo originale: 28/07/2018