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🌐 WOMEN’S STORIES _ Suad Amiry

Di Chiara
Cruciati, Nena News, 17 maggio 2018

«Israele ha
paura, non può vincere sulla non violenza»

Intervista
alla scrittrice palestinese: «Li stiamo mettendo in difficoltà: le
proteste di famiglie, donne, ragazzi sono resistenza popolare. Settant’anni
dopo non dobbiamo restare dei numeri: quando scrivo della perdita della mia
scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per
ognuno di noi»
«Se domani Milano, Roma, Napoli venissero messe sotto assedio, come
reagireste?». Così Suad Amiry risponde a chi in questi giorni (governi e stampa
occidentale) pare incapace di descrivere per quel che è la Grande Marcia del
Ritorno di Gaza. Architetto, tra le più note scrittrici palestinesi, era ieri a
Firenze per un incontro organizzato dall’Associazione di Amicizia
Italo-Palestinese.
Oggi i
palestinesi, nella diaspora e nella Palestina storica, commemorano la Nakba
mentre a Gaza è in corso una strage. La Nakba continua, ma continua anche la
lotta palestinese per il ritorno.
Israele
va ripetendo bugie: il responsabile delle violenze è Hamas. Per cosa
esattamente è responsabile? Da tre anni non usa armi. Partiamo da questo: è
impensabile mettere due milioni di persone dentro una prigione per 11 anni,
impedendogli di studiare, muoversi, curarsi, uscire. La gente è disperata,
davvero disperata. Se succedesse a voi? Oggi siamo a 70 anni dalla Nakba,
quando siamo stati cacciati dalle nostre terre. La mia famiglia è stata
cacciata da Gerusalemme, so che significa essere un profugo che non può tornare
a casa. La Nakba continua: confiscano le nostre terre, costruiscono colonie. E
ora gli Stati uniti si comportano come cent’anni fa fece la Gran Bretagna:
Trump ha promesso Gerusalemme agli israeliani come Balfour promise la Palestina
al movimento sionista. Eppure stiamo mettendo in difficoltà Israele: queste
manifestazioni sono resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne,
ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere.
Da
generazioni i palestinesi vivono la cacciata dalle proprie terre come un fatto
temporaneo. Quanto questo senso di temporaneità, ma allo stesso tempo di
precarietà, ha plasmato il popolo palestinese?
Per lungo
tempo i palestinesi hanno provato in ogni modo a mantenere viva la speranza,
anche con l’accettazione di Israele e della soluzione a due Stati, senza
ottenere nulla. In mancanza di una soluzione il sentimento di instabilità,
precarietà, preverrà impedendo la formazione di una società normale. L’altro
elemento di cui tener conto è quello dell’assenza, un concetto che mi
ossessiona: Israele ci considera assenti anche se siamo lì, a pochi chilometri.
Assenti significa inesistenti.
Nonostante
l’uso israeliano di forza letale senza alcuna giustificazione, la narrazione
prevalente è quella della legittima «difesa dei confini». Il reale contesto di
deprivazione e di lotta per la libertà dei palestinesi scompaiono. È una novità
nel panorama internazionale o una narrativa consolidata a Occidente?
La
narrativa israeliana è diventata quella europea e americana. La cultura
occidentale ha fatto propria quella visione. Non esiste più una
contro-narrativa, ma una mera accettazione delle politiche di Israele.
Nei suoi
libri, da «Golda ha dormito qui» all’ultima opera «Damasco», sono centrali i
concetti della perdita e della nostalgia, accanto a quello della memoria.
Quanto ritrova di quei sentimenti nelle mobilitazioni di queste settimane?
Uno dei
limiti che noi palestinesi abbiamo è il non parlare delle perdite personali
subite. Non siamo stati capaci di raccontare le storie personali. Allora come
oggi. Cosa significa per una famiglia aver perso lunedì un figlio o un marito,
non vederlo tornare a casa, non trovarlo più nella sua stanza? Qualche anno fa
durante le manifestazioni in Libano per la Nakba, un amico, Munib al-Masri, fu
colpito dai proiettili israeliani e rimase paralizzato. Ho seguito la sua
storia, cosa ha significato l’aver abbandonato la scuola, aver viaggiato
all’estero sperando di tornare in piedi. Noi palestinesi siamo rimasti dei
numeri. Nei miei racconti provo a fare questo: raccontare le storie
individuali, non solo quella collettiva. Quando scrivo della perdita della mia
scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per
ognuno di noi. E dunque per l’intera società, per tutto il popolo.