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Nella Russia di Putin disuguaglianze sociali come ai tempi dello zar

Yurii
Colombo, LEFT, 21 maggio 2018

In una
recente pubblicazione di Thomas Piketty, di cui ho avuto occasione di parlare
anche nelle pagine di Left, risulta che la Russia di Eltsin e Putin abbia
raggiunto il livello di diseguaglianza sociale simile a quella che c’era prima
della rivoluzione russa del 1905. Ma nella ricerca di Piketty c’è un’altro dato
che sorprende: il tasso più basso diseguaglianza in Russia si raggiunse nel
periodo brezneviano.




 
Brežnev ascese alla carica di
segretario del Pcus nel 1964 e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1982. La
sua reggenza ai vertici dello stato sovietico è stato denominato il periodo
della zastoj ovvero della stagnazione. Stagnazione che va intesa però non
semplicemente in senso economico. In realtà – al netto dei dati gonfiati dei
piani quinquennali – l’economia sovietica crebbe significativamente anche negli
anni settanta. La Cia riteneva la società sovietica stabile. La stagnazione
ebbe caratteri sociali e culturali. Appena giunto al potere Bre
žnev sembrò voler proseguire sulla
strada intrapresa da Kruscev del “disgelo” favorendo il pluralismo economico e
sociale. Ma ben presto fu tirato il freno: la libertà di critica all’interno
del partito fu messa al bando, i dissidenti finirono nei manicomi, la musica pop-rock
fu denunciata sulla stampa come un fenomeno “borghese”. Nelle scuole venne
imposta la lettura della trilogia autobiografica di Bre
žnev, Stalin venne parzialmente
riabilitato in chiave ipernazionalistica. Ma a scalpitare furono soprattutto il
mondo della cultura e i giovani. Gli operai erano perlopiù tranquilli: i salari
non erano alti ma nei negozi (specialmente nelle grandi città) si trovava quasi
tutto, i ritmi di lavoro erano bassi e l’assenteismo generalizzato. Poi c’erano
i benefit: colonie estive gratuite per tutti i bambini e un paio di settimane
sul Mar Nero per le famiglie. Alle giovani coppie che si sposavano veniva
garantito in linea di massima un alloggio di due camere con servizi (anche se
il fenomeno della coabitazione continuò ad esistere fino alla fine dell’Urss).
I problemi si concentravano soprattutto nella scarsa qualità dei prodotti
dell’industria leggera e in taluni casi in una loro mancanza assoluta (defizit)
che alimentava un risparmio forzato dei cittadini. Tanto per capirci: i jeans e
calze di nylon che in Urss non venivano prodotti o importati si trovavano solo
al mercato nero al prezzo di interi salari mensili.



I
privilegi della burocrazia e dei lavoratori altamente professionalizzati erano
conosciuti da tutti ma non mostrati con sfacciataggine. I papaveri di partito e
i funzionari di alto rango (
činovniki) riposavano in dacie con la sauna privata
lontani da occhi indiscreti e potevano accedere a magazzini speciali dove
potevano acquistare a prezzi stracciati cibi e alcoolici del mondo capitalista.
Bre
žnev
aveva il pallino delle auto, ne collezionò parecchie e probabilmente alla sua
tavola non mancò mai il caviale nero. Kosygin amava gli abiti inglesi in fresco
lana all’ultima moda… Tuttavia di questo e non altro si trattava e le ricchezze
della nomenklatura sovietica non possono essere paragonate neppure lontanamente
ai patrimoni di oligarchi quali Abramovic o Potanin della Russia di oggi. La
ridotta diseguaglianza, basata su un compromesso sociale tra burocrazia e
operai, funzionò in Urss ma rese il paese sempre più inerte e passivo. 
Innovazione
e partecipazione non vennero favorite nelle aziende e in mancanza di meccanismi
regolatori di mercato la società sovietica si ripiego sempre più su stessa.
Quando poi il prezzo mondiale del petrolio calò non poterono più essere
finanziate le importazioni di tecnologia e prodotti agricoli; il fardello del
complesso militar-industriale divenne insopportabile. Ma qui siamo già a ieri,
o all’atro ieri, alla perestrojka e al crollo dell’Urss.



Forse,
allora, una delle riflessioni che è mancata alla sinistra negli ultimi decenni,
proprio sulla base di quella vicenda, è stato il rapporto tra mercato e
distribuzione delle ricchezze e delle risorse, del rapporto tra qualità della
crescita economica e uguaglianza. Il ritardo su questo terreno è diventato
enorme, è vero, ma chi non comincia non sarà mai neppure a metà dell’opera. E
non permetterà di fare un bilancio veritiero sull’epoca sovietica.