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Cosa resta della questione palestinese dopo la strage della Giornata della terra

Oraney Ali Moh’d Thaher, Left, 2 aprile
2018

Da 42
anni il 30 marzo per noi palestinesi è giorno molto importante perché celebriamo
la “Giornata della terra” per ricordare la protesta in Galilea contro la
confisca di terra palestinese da parte dello Stato d’Israele che fu soffocata
nel sangue con il massacro di 7 palestinesi ed il ferimento di centinaia.
D’allora il popolo palestinese in questa data celebra la sua identità ed unità
ricordando la sua lotta contro l’occupazione e denunciando i crimini contro la
libertà e l’autodeterminazione che Israele purtroppo continua ancora a
praticare.

Quest’anno
per i palestinesi questo anniversario si colora di un significato particolare
perché gli accadimenti degli ultimi e dei prossimi mesi hanno riportato
all’attenzione della comunità internazionale la causa palestinese e soprattutto
richiedono un necessario rafforzamento della sua lotta .
Infatti,
lo scorso 6 dicembre Trump con la sua dichiarazione di riconoscere Gerusalemme
capitale d’Israele ha riacceso i riflettori sul dimenticato conflitto
israelo-palestinese, oscurato negli ultimi tempi da altri conflitti regionali,
facendo un regalo sia al sionismo e agli israeliani ma anche noi palestinesi.
Ha fatto
un regalo al sionismo che è da sempre alla ricerca di una legittimazione alle
sue aspirazioni di occupare tutta la Palestina facendo di Gerusalemme la
capitale eterna dello stato ebraico. Infatti, riconoscere Gerusalemme capitale
di Israele significa riconoscere anche l’annessione degli insediamenti
israeliani nei pressi di Gerusalemme e quindi anche l’annessine degli altri
insediamenti israeliani nell’intera Cisgiordania nonostante siano giustamente
considerati illegali dalla comunità internazionale in quanto sono una aperta
violazione della IV Convenzione di Ginevra che vieta alla potenza occupante di
trasferire parte della sua popolazione nel territorio occupato. Ma se Israele
si annette Gerusalemme che da sola rappresenta un terzo dell’intera
Cisgiordania ed i territori espropriati per la costruzione di insediamenti
nella restante Cisgiordania, vuol dire nella ripresa di una futura trattativa
ai noi palestinesi verrebbe concesso ben poco e di fatto verrebbe cancellata
l’idea della costituzione di due Stati così come disegnata con la risoluzione
181.
Tutto ciò
non è fantapolitica ma purtroppo sono previsioni molto attendibili dal momento
che il primo gennaio il Likud (partito del primo ministro israeliano Netanyahu)
ho votato quasi all’unanimità (1499 voti favorevoli contro 1) un documento che
impegna i deputati del Likud a far approvare dal parlamento israeliano
(knesset) una legge sull’annessione allo stato ebraico degli insediamenti in Cisgiordania,
che sicuramente potrà contare anche sull’appoggio del partito di estrema destra
xenofobo Baituna e dei partiti religiosi che rappresentano la lobby dei coloni.
La
dichiarazione di Trump è stato un regalo al sionismo anche perché contribuisce
far accettare dall’opinione pubblica internazionale come un dato di fatto che
Gerusalemme è la capitale d’Israele, per cui se è riconosciuta come tale dagli
Stati Uniti dovrebbe essere normale anche per gli altri Paesi riconoscerla e
trasferirvi le loro ambasciate.
Inoltre,
la dichiarazione di Trump è stato un regalo personale a Netanyahu, da mesi
sotto incessante pressione da parte della magistratura perché accusato di
corruzione e che lo scorso luglio aveva subito una pesante sconfitta politica e
di immagine con la vittoriosa protesta dei palestinesi di Gerusalemme Est che
sono riusciti ad ottenere la rimozione dei metal detector dagli ingressi della
moschea di Al Aqsa. Grazie all’inatteso regalo di Trump Netanyahu può così
tirare un sospiro di sollievo e restare alla guida di una coalizione che lo sta
portando sempre più a destra.
Ma la
dichiarazione di Trump ha contribuito a fare chiarezza, cioè con questa
dichiarazione gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto, hanno dimostrato a
tutti la loro vera faccia, cioè quella di mediatori di parte nel processo
negoziale, e lo hanno dimostrato anche a quei palestinesi che avevano creduto
al processo di pace a guida Usa. Questa dichiarazione di Trump dimostra che gli
Stati Uniti in tutti questi anni non hanno mai svolto il ruolo di mediatori
imparziali, bensì quello di sponsor della politica colonizzazione e di
occupazione di Israele, e come è stato detto da qualcuno, «di avvocati
difensori d’Israele».
Non
dimentichiamo che il congresso Usa aveva dato mandato al presidente Bill
Clinton di farsi sponsor degli accordi di Oslo e che è lo stesso Clinton ad
intavolare in mondo visione la sceneggiata della firma ufficiale degli accordi
nel cortile della Casa Bianca il 13 settembre 1993 con un sorridente Arafat che
stringe la mano di un riluttante Rabin consegnando alla storia una delle
immagini più significative del novecento.
Ma è
sempre Clinton che appena due anni dopo, l’8 novembre 1995 (dimenticando che
Gerusalemme, secondo gli accordi di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di
futuri negoziati insieme ad altre questioni spinose quali quella dei profughi,
e, secondo la risoluzione 181 del 1947 , che prevede la costituzione di uno
stato ebraico accanto ad uno stato palestinese, doveva costituire un corpus
separatum sotto il controllo internazionale), firma il cosiddetto Jerusalemm
Embassy Act approvato dal Congresso con il quale , sostanzialmente, gli USA
riconoscono di fatto, con un abile esercizio retorico, Gerusalemme come
capitale di Israele («The United States conducts official meetings and other
business in the city of Jerusalem in de facto recognition of its status as the
capital of Israel») e prevedono il trasferimento dell’ambasciata consentendo
però di rinviare la decisione sullo spostamento effettivo ogni sei mesi per
«interessi di sicurezza nazionale» e così è avvenuto per 22 anni fino alla
dichiarazione di Trump dello scorso 6 dicembre 2017.
La
dichiarazione di Trump, sebbene illegittima ed inopportuna, ha avuto il merito
di fare aprire gli occhi alla dirigenza palestinese e ai suoi sostenitori e
riconoscere il fallimento di Oslo. Si è trattato, però, di un riconoscimento
tardivo perché oramai gli accordi di Oslo sono un cadavere putrefatto, o meglio
sono già nati morti perché sono stati una svendita dei diritti di libertà ed
autodeterminazione del popolo palestinese, accettando il principio non del
rispetto del diritto internazionale ma della trattativa con il soggetto più
forte, lo stato d’Israele, che non poteva che imporre le sue condizioni.
Altro
indiscusso merito della dichiarazione di Trump è stato quello di riaccendere la
protesta popolare, dentro e fuori la Palestina occupata e della solidarietà
internazionale, con le tante manifestazioni che si sono avute non solo nei
territori palestinesi occupati ma anche nei Paesi arabi, Islamici ed in
occidente.
Trump ha
giustificato la sua dichiarazione dicendo che questa si limita a riconoscere
“una realtà di fatto” dimenticando di dire che questa realtà è stata creata
anche con il sostegno complice delle varie amministrazioni americane (da
Clinton ad Obama fino ad arrivare a Trump) alla politica di occupazione
israeliana, sostegno fornito non solo in termini di finanziamenti ma anche in
termini di veto Usa contro la risoluzioni Onu di condanna di Israele.
Di fronte
a questa realtà mentre Trump preme sull’acceleratore ricorrendo non solo alla
diplomazia ufficiale ma anche ad una diplomazia di tipo casereccio affidando al
genero Jared Kushner il compito di andare nei vari Paesi arabi per raggiungere
un “accordo estremo” per Israele-Palestina e quindi creare una potente
coalizione anti Iran con al centro Israele, Usa ed Arabia Saudita
(particolarmente fruttuosi sono i contatti che Kushner sta avendo con il suo
nuovo amico del cuore, il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman), la
dirigenza palestinese sembra guadagnare tempo, andando alla ricerca di consensi
ed appoggi alla causa palestinese in mezzo mondo ed anche presso l’Onu.
Infatti,
mentre a dicembre si parlava del trasferimento della ambasciata israeliana
entro il 2019, a metà febbraio è arrivato l’annuncio dell’apertura il 14 maggio
di una sede provvisoria nella struttura che attualmente ospita il consolato
americano a Gerusalemme Ovest.
I motivi
di questa accelerazione sono da ricercarsi non solo nella necessità di non
sfarsi sfuggire una occasione simbolica dal momento che quest’anno la data del
14 maggio ricorderà 70 anni dalla proclamazione dello stato d’Israele che
invece i palestinese considerano come la loro “Nakba” (catastrofe), ma anche
nei finanziamenti messi a disposizione dal miliardario israelo-americano
Sheldon Adelson, e, soprattutto, per motivi strategico-politici in quanto si
dice che sia a breve la presentazione del cosiddetto “accordo del secolo” tra
israeliani e palestinesi, cioè il piano di pace della Casa Bianca.
L’ambasciatrice
Usa all’Onu Nikky Aley ha detto che questo «piano non sarà amato da entrambe le
parti e non sarà odiato da entrambi le parti». Parole molto vaghe ma
sicuramente il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele attribuisce
agli israeliani un’arma in più nella futura contrattazione con i palestinesi,
soprattutto se entrerà in gioco il fattore tempo (come è avvenuto per Oslo con
trattative rimandate all’infinito), cioè se passa del tempo ed altri Paesi vi
trasferiscono le loro ambasciate oltre agli Stati Uniti mentre Gerusalemme sarà
accettata come dato di fatto come capitale d’Israele, questo, invece, sarà un
incubo per i palestinesi dal quale sarà difficile uscirne per il principio che
se si accetta il grosso, la perdita di Gerusalemme , perché non accettare il
piccolo, l’annessione degli insediamenti in Cisgiordania. Sarà un incubo per i
palestinesi soprattutto se verrà offerto loro il principio della compensazione
dei territori, cioè al posto di Gerusalemme e degli insediamenti in
Cisgiordania la costituzione di uno stato palestinese a Gaza, secondo la
proposta del nuovo segretario della difesa nazionale Jhon Bolton, appena
nominato da Trump.
L’“accordo
del secolo” del presidente nordamericano nasce dall’esigenza di tutelare gli
interessi strategici ed economici principalmente di Arabia Saudita, Stati Uniti
ed Israele le cui diplomazie da mesi si sono messe in moto per costruire un
fronte comune anti Iran.
Infatti,
l’Arabia Saudita dell’ambizioso e spregiudicato principe ereditario Mohamed bin
Salman vuole sempre più affermarsi non solo come unico punto di riferimento per
il mondo islamico ma anche come moderna potenza economica. Lo scorso ottobre
Mohamed bin Salam ha presentato il progetto Neom, un futuristico programma di
rinnovamento dell’economia saudita che mira a garantirne la sopravvivenza anche
dopo l’era dell’oro nero, puntando sulle energie alternative, sulle
biotecnologie, sulle scienze tecnologiche e digitali. Il progetto Neom prevede
investimenti per 500 miliardi per la costruzione di un gigantesco polo
industriale sulle sponde del Mar Rosso, nei pressi del Golfo di Aqaba. Solo una
parte degli investimenti (230 miliardi) è coperta dal Fondo Pubblico di
investimenti saudita, gli altri dovrebbero provenire da investitori stranieri e
si sa che i grossi investitori a livello internazionale sono in qualche modo
legati ad Israele.
Gli Stati
Uniti, già presenti nell’area con numerosi soldati in Siria, Iraq e Libano e
basi militari nei Paesi del Golfo, voglio rafforzare e legittimare la loro
presenza anche per contrastare il sempre maggiore ruolo che sta avendo la
Russia in Medio Oriente. Vogliono inoltre soddisfare i loro interessi economici
basti pensare che in occasione del viaggio di Trump in Arabia Saudita dello
scorso maggio l’America si è impegnata a vendere armamenti per 350 miliardi in
10 anni (100 subito e gli altri a seguire).
Israele,
invece, potenza occupante ma anche potenza nucleare, non accetta non solo
chiunque osi criticare e condannare la sua politica di occupazione ma anche non
accetta un’altra potenza rivale … L’Iran non è mai stato morbido nei confronti
di Israele che ha bocciato l’accordo sul programma nucleare iraniano firmato a
Vienna il 14 luglio 2015, dopo più di 10 anni di trattative, da Theran e dal
cosiddetto “5+1” cioè i Paesi membri del consiglio di Sicurezza con diritto di
veto (Usa, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania, dimenticando
che il programma nucleare israeliano non è sottoposto a nessuna forma di
controllo nonostante già da anni Israele sia in possesso della bomba atomica.
La bocciatura dell’accordo sul programma nucleare iraniano da parte di Israele
è avvenuta fin dall’inizio ed ora, insieme alle potenti lobby ebraiche
nordamericane che hanno sostenuto e sostengono Trump, preme
sull’amministrazione statunitense affinché faccia altrettanto.
Dunque,
Arabia saudita, Stati Uniti ed Israele per soddisfare i loro rispettivi
interessi strategici ed economici hanno deciso di creare un fronte comune
contro l’Iran cercando di coinvolgere però anche altri Paesi della regione
(Egitto, Giordania, Paesi del Golfo). E per raggiungere questo obiettivo
l’unica strada percorribile è la normalizzazione dei rapporti con Israele
sapendo che tre cose gli israeliani non sono disposti ad accettare, cioè 1) la
costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania accanto ad Israele e di
più con Gerusalemme Est capitale; 2) lo status di corpus separatum sotto il
controllo internazionale di Gerusalemme perché vogliono eliminare qualsiasi traccia
di non appartenenza; 3) il ritorno dei profughi perché temono lo scoppio della
cosiddetta bomba demografica palestinese.
Trump
queste cose le conosce bene, ecco perché ha fatto la sua dichiarazione il 6
dicembre regalando Gerusalemme agli israeliani e successivamente ha prima
minacciato di tagliare gli aiuti USA all’agenzia Onu (Unrwa) che assiste i
profughi palestinesi poi li ha dimezzati perché non dare più soldi ai profughi
palestinesi significa non riconoscere più loro lo status di profughi e quindi
titolari di quel famoso diritto di ritorno riconosciuto invece dalla
risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea generale dell’Onu. In questa ottica va
letta la proposta americana, sostenuta da Israele, di sostituire l’Unrwa,
agenzia appositamente istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel
1948 per i profughi palestinesi, con l’Unhcr cioè l’Alto commissariato delle
Nazioni Unite per i rifugiati, il che significherebbe equiparare i profughi
palestinesi a tutti gli altri profughi, quindi scavalcare la risoluzione 194 e
il diritto dei profughi palestinesi.
Trump sa
che per favorire il processo di normalizzazione tra Israele ed i Paesi arabi
occorre rimuovere l’ostacolo più spinoso, cioè la questione palestinese. Ecco
perché per il presidente Usa l’importante non è la soluzione a due o uno Stato
ma la soluzione ed ecco perché sta elaborando il suo cosiddetto “accordo del
secolo”.
Per
realizzare questo accordo del secolo Trump si sta circondando di uomini che
condividono il suo pensiero, e per certi versi lo superano e lo esprimono senza
pudore. Infatti (il 23 marzo) ha nominato come nuovo responsabile per la
sicurezza nazionale John Bolton al posto del generale McMaster che in questi
mesi di presidenza Trump aveva cercato, insieme al capo dello staff John Kelly
e del Pentagono James Matthis, entrambi già sostituiti, di tenere a freno le
mire guerrafondaie del presidente preferendo la via diplomatica per la
soluzione delle varie crisi. Bolton, invece, è considerato un falco duro e
puro, infatti, ha progettato la guerra all’Iraq quando era ambasciatore Usa
all’Onu sotto la presidenza di George Bush, ed ora si è schierato apertamente
per una guerra preventiva contro la Corea del Nord ed ha definito «un furto»
l’accordo sul nucleare iraniano voluto da Obama. Per cui, secondo Bolton, gli
Stati Uniti devono abbandonare l’accordo, reimpostare le sanzioni economiche
contro l’Iran e rovesciare il regime di Theran. E sicuramente quando Trump il 9
aprile dovrà decidere se rinnovare o meno la firma all’accordo farà sentire la
sua voce. Anche per quanto riguarda la questione palestinese Bolton si è già
espresso ed in modo molto chiaro. Secondo Bolton, la soluzione a due Stati è
morta, opinione condivisa anche dal nuovo capo del Pentagono Mike Pompeo e da
tantissimi altri ma Bolton è andato oltre esprimendo la sua opinione per quanto
riguarda la soluzione della questione palestinese, che secondo lui sarebbe un
espediente di cui si servono i nemici di Israele, per minacciare la sua
sicurezza. Per Bolton la soluzione è quella a tre Stati, cioè ovviamente
Israele, Gaza che passerebbe all’Egitto e la West Bank (Cisgiordania)
tornerebbe a far parte della Giordania, esclusi tre grossi blocchi di
insediamenti che rientrerebbero nei confini dello Stato ebraico.
La
soluzione di Bolton non prende minimamente in considerazione la posizione
dell’Egitto né quella della Giordania che non l’hanno accolta con entusiasmo in
quanto presi dai loro problemi interni dovuti anche alla presenza di numerosi
profughi palestinesi. Ma soprattutto non prende in considerazione i diritti del
popolo palestinese, la sua aspirazione ad avere Gerusalemme come sua capitale,
il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato riconosciuto dalla famosa
risoluzione Onu 181 votata anche dagli Stati Uniti.
Prima di
Bolton, Trump per poter portare avanti il suo piano di pace, l’accordo del
secolo, il 13 marzo ha licenziato via twitter il segretario di stato Rex
Tillerson per nominare al suo posto il capo della CIA Mike Pompeo. «Siamo in
disaccordo su tutto» si è giustificato Trump. Verissimo ma soprattutto perché
Tillerson l’estate scorsa aveva raggiunto un accordo con il Qatar sul
terrorismo internazionale di matrice islamica e sulle sue fonti di
finanziamento suscitando l’ira dell’Arabia Saudita che invece accusava l’emiro
del Qatar di appoggiare Hamas ed i Fratelli Musulmani e di aver descritto
l’Iran come “potenza islamica”, cosa inaccettabile per il credo wahabita di
Riad per il quale lo sciismo di Teheran è una sorta di peccato di apostasia e
soprattutto perché la monarchia saudita è sempre più preoccupata
dell’affermarsi del Qatar come potenza economica con il più grande giacimento
di gas al mondo ed è preoccupata dei rapporti dell’emirato qatariota con
l’Iran. Quindi il licenziamento di Tillerson va letto in questa ottica, cioè
come regalo di Trump all’Arabia Saudita che si sta proponendo come
rappresentante degli interessi strategici ed economici americani nella regione,
affiancandosi quindi ad Israele in questo suo ruolo e questo lo si era capito
già con l’accordo sulla vendita di armi dello scorso maggio, che è sembrato a
tutti essere un accordo di più ampio respiro, una specie di investitura della
leadership saudita come capofila del processo di normalizzazione dei rapporti
con Israele in chiave anti iraniana voluto e sostenuto da Trump perché
considerato strumentale per realizzazione dell’accordo del secolo.
Trump
dunque sta preparando il terreno per la realizzazione del suo piano, infatti,
dopo il suo viaggio in Medio Oriente dello scorso maggio, ha inviato nella
regione suo genero Jared Kushner e il segretario James Mattis, e, in questi
giorni è in ancora in atto la visita in America del principe ereditario saudita
Mohammed Bin Salman e sono in calendario anche le visite del presidente
egiziano Al Sisi e del re giordano Abdullah II e degli emiri dei Pesi del
Golfo, tutti in sorta di pellegrinaggio a Washington alla ricerca della
benedizione Usa.
L’Arabia
Saudita vuole avere la benedizione nordamericana non solo per la sua politica
estera ma anche per quella interna in quanto l’appoggio Usa permettere di
oscurare la sanguinosa guerra saudita contro lo Yemen e la continua violazione
dei diritti umani (ogni giorno l’aviazione di Riad bombarda ripetutamente il
Paese yemenita, un Paese poverissimo, oramai ridotto all’estremo dove la gente
muore perché non riesce a curarsi neanche una banale gastroenterite e per
mancanza di viveri). Inoltre, l’appoggio americano alla guerra alla corruzione
e all’ammodernamento della società saudita (ad esempio con il permesso
finalmente riconosciuto alle donne di guidare o quello riconosciuto ai giovani,
uomini e donne, di partecipare insieme a concerti) permette all’ambizioso e
spregiudicato principe Bin Salman, da un lato, di sbarazzarsi in modo indolore
dell’opposizione interna e, dall’altro, di guadagnarsi il consenso non solo
delle nuove generazione ma anche delle frange più reazionarie della società
saudita non indifferente però alla tutela dei propri interessi economici (se
l’ammodernamento della società è il prezzo che si deve pagare per fare affari
con gli americani che ben venga). Queste sono le cose che stanno a cuore a Bin
Salman, ecco perché finora nei suoi vari incontri con diversi personaggi
dell’amministrazione Trump e nelle varie conferenze non c’è stato nessun
accenno alla questione di Gerusalemme, al riconoscimento americano dello scorso
6 dicembre di capitale di Israele.
Gli emiri
dei Paesi del Golfo a loro volta andranno a Washington alla ricerca della
benedizione americana per tutelare la loro posizione di potenze economiche e
partner strategici in quando sedi di importanti basi militari americane, contro
le mire egemoniche di Bin Salman che aspira a fare dell’Arabia Saudita con il
suo futuristico progetto Neom l’unica superpotenza della zona. Pertanto anche
per gli emiri dei Paesi del Golfo il ricevimento alla Casa Bianca sarà
un’occasione per rinnovare alleanze e stringere nuovi accordi economici, non
certo per discutere di Gerusalemme e sostenere le legittime rivendicazioni dei
palestinesi.
Più
delicata è la posizione del presidente egiziano Al Sisi e di re giordano
Abdullah II in quanto più direttamente coinvolti con migliaia di profughi
palestinesi che oramai fanno parte integrante delle loro rispettive
popolazioni, pertanto sicuramente nel loro prossimo viaggio a Washington non
potranno ignorare la questione palestinese alla luce del fatto che i loro Paesi
sopportano il peso anche economico di questa situazione e alle luce anche del
proposta di soluzione a tre Stati di Bolton. Sicuramente questi due Paesi,
Egitto e Giordania, chiederanno e riceveranno aiuti e finanziamenti per fare
tirare un sospiro alle loro povere economie, ma sicuramente gli aiuti ed i
finanziamenti americani avranno un costo, cioè acconsentire alle richieste
americane per la realizzazione dell’accordo del secolo.
Ecco
perché Abbas prima che questo avvenga deve confermare, in modo netto e deciso,
il suo no categorico all’accordo del secolo e chiamare in causa solo l’Onu
affinché decida alla luce del diritto internazionale non solo su Gerusalemme ma
sull’intera questione palestinese, condizionando così le posizioni degli altri
Paesi arabi.
Allo
stato attuale non si conosce nei dettagli la proposta del secolo americana ma
molto probabilmente essa prevede che Israele fermi la costruzione di nuovi
insediamenti in nuovi territori, ma questo non significa che Israele non possa
migliorare e/o aumentare gli insediamenti già esistenti, e questo sarà una
sorta di legittimazione dei vecchi insediamenti. Inoltre, si prevede che
Israele restituisca alcuni territori della Cisgiordania. Nello specifico si
parla dei territori rientranti nella cosiddetta area A (che rappresenta l’8%
dell’intera Cisgiordania) ed area B (che rappresenta il 20% della Cisgiordania)
al netto di Gerusalemme che gli Israeliani vogliono come capitale. Quindi al
massimo ai palestinesi sarà restituito il 28% della Cisgiordania perché l’area
C (che corrisponde al 72% della Cisgiordania) è già completamente sotto il
controllo israeliano sia dal punto di vista amministrativo sia dal punto di
vista della sicurezza, così come previsto dagli accordi di pace di Oslo,
all’epoca di Arafat, prima della seconda Intifada. Oggi, invece, tutti i
territori palestinesi sono, dal punto di vista della sicurezza, sotto il
controllo israeliano, per questo Abbas nel suo discorso all’Onu ha detto che
l’Anp è una «autorità senza authority, e i palestinesi lavorano per gli
israeliani».
Ma se le
cose stanno così la politica dilatoria intrapresa dall’Anp dopo la
dichiarazione di Trump fa il gioco israeliano ed americano. Infatti, Abu Mazen
partecipando al vertice straordinario dei Paesi della cooperazione islamica
(Oic), convocato il 13 dicembre ad Istambul da Erdogan che ha condannato la
decisione «pericolosa», «illegale» ed «illegittima» di Trump, ha sostenuto che
«d’ora in poi i palestinesi non accetteranno più alcun ruolo di mediazione
degli Usa nel processo di pace in Medio Oriente».
Questo
concetto è stato espresso anche nel corso del Consiglio centrale palestinese
(14 gennaio) dove Abu Mazen ha affermato che «gli israeliani hanno ucciso gli
accordi di Oslo, perciò Oslo è finito». Di qui la necessità di fermare la
collaborazione per quanto riguarda i coordinamento di sicurezza previsto
appunto dagli accordi di Oslo .
Dopo la
riunione del consiglio Centrale palestinese Abbas ha partecipato in Egitto alla
conferenza di Al Azhar (17 gennaio) dopo di che, il 20 febbraio, ha tenuto un
discorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel corso del quale ha
chiesto che si organizzi una conferenza di pace per il Medio oriente entro la
metà del 2018 con il compito di stabilire un meccanismo internazionale
multilaterale che possa risolvere la questione palestinese.
Poi Abbas
è andato presso i singoli Paesi europei ma nessuno di questi Paesi si è
proposto come mediatore. Nessuno cioè ha detto di sì ma neanche nessuno ha
detto no, perché nessuno di questi Paesi può fare pressione su Israele in
quanto privi degli strumenti per fare pressione (come i finanziamenti delle
potenti lobby ebraiche americane) e nessun Paese può fare da mediatore senza il
consenso degli americani.
Trump non
si muove neanche di una virgola dalla sua decisione anzi la rafforza con la
decisione di inaugurare il 14 maggio l’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme.
Abu
Mazen, invece, sembra prendere e soprattutto perdere tempo, nella speranza
forse che gli americani cambino qualche cosa, probabile che Trump per
accontentare Abbas accetti la partecipazione di altri mediatori a condizione
però che gli USA siano determinanti nella scelta di altri mediatori. Ma in
confronto il sovrano non sarà più la legittimità internazionale ma la
trattativa nella quale prevarrà una sola legge, cioè la legge del più forte,
cioè Israele.
Per noi
palestinesi, invece, per la difesa dei nostri diritti, in difesa di Gerusalemme
e di tutta la sua terra illegittimamente occupata e devasta, senza perdere
tempo, si dovrebbe:
 – Chiedere
la cancellazione di Oslo e di tutti i suoi effetti,
Fare
assumere ad Israele la responsabilità di gestire i territori occupati,
Rinviare
l’intero fascicolo della causa palestinese all’Onu affinché venga affrontato
dall’Onu alla luce del diritto internazionale,
Organizzare
una conferenza internazionale per far si che decidano tutti i soggetti
internazionali alla luce del diritto internazionale,
No a
trattative dirette e al ruolo di unico mediatore degli Stati Uniti.