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La prima volta che ho conosciuto davvero la Siria mi è venuta voglia di piangere

Fabio Manenti 28.12.2017
“Stanno facendo la guerra ai bambini. Non con i bambini, mettendogli in mano un mitra, ma ai bambini. 

Perché se ammazzi un bambino uccidi in qualche modo tutta la sua famiglia. Quella famiglia finisce. È giusto che si sappia anche in Italia cosa continua a succedere in Siria”. Nei racconti di chi oggi vive “a casa nostra”, appeso a telefonate che da Damasco aprono il petto, si accumulano storie che svuotano chi le ascolta e l’umanità intera, video che intorpidiscono.
“Leggi, leggi, guarda, guarda”. E ogni volta è come avanzare a tentoni in una stanza nera e iperbarica, muta, e dal nulla colpire un gradino. Non inciampare, non sbattere, ma centrarne lo spigolo aguzzo con entrambi gli stinchi. Perché non c’è luce? Perché non mi sono mai reso conto? Dolore profondo, che sale e fa vibrare le ginocchia.
Questa pagina doverosa non cerca la verità della geopolitica o il senso che non può esserci ma riporta la nausea dell’orrore. Perché, anche separati da chilometri di mare e di indifferenza, abbiamo il dovere di ricordarci che restiamo umani. Perché Halima, nel marzo 2013, aveva solo 5 anni quando venne freddata da un cecchino mentre giocava davanti alla porta di casa ad Ariha, provincia di Idleb.
Bocca aperta, sguardo incredulo: “Il motivo?” E bocca che si spalanca ancora quando ti mostrano le parole di David Nott, medico britannico volontario in città: “Un giorno i proiettili colpivano tutti il pube, un altro la spalla sinistra, poi il collo. Era come un gioco. Correva voce che i cecchini vincessero pacchetti di sigarette quando colpivano l’obiettivo”. Quel giorno Halima morì perché la scommessa era colpire i bambini. L’indomani la posta in palio si alzò: il grembo di donne incinte.
L’orrore come strategia, la paura per disarmare chi non impugna altro che la vita di chi ama. Duma, 24 ottobre 2012: “Quel giorno in tanti abbiamo ricevuto telefonate di aiuto da un unico palazzo pieno di famiglie. Dicevano tutte la stessa cosa: ‘I militari hanno circondato l’edificio, ci hanno rubato tutto e hanno detto che tra poco torneranno per ucciderci’. E fu così che andò: i soldati concessero il tempo di far deflagrare quelle telefonate, lasciando in vita ma uccidendo nell’anima chi era all’altro capo della cornetta”. Morire della morte di qualcun altro. O sopravvivere, se di vita si può parlare: Ali el-Sayed, 11 anni, si nasconde ai boia camuffandosi con il sangue di suo fratello Nader, 6 anni, “giustiziato” con un colpo alla testa.
“Da subito, da subito se la sono presa con i bambini”. E da allora è come se Dio avesse dimenticato le mani che stanno affogando quell’angolo di mondo. Per tutti i siriani d’Italia il punto zero è lo stesso: Dar’a, 6 marzo 2011. Ispirati dalla Primavera araba, alcuni ragazzini scrivono sul muro della scuola “il popolo vuole la caduta del regime”. L’indomani per dodici di loro arrivano le manette e la promessa degli ufficiali: qualche ora di cella per imparare la lezione. Quattro giorni dopo, quegli ufficiali cambiano versione: “Dimenticatevi dei vostri figli. Se volete davvero dei figli, dovreste cominciare a pensare di farne degli altri”. Il 15 marzo scattano le proteste che sui libri segnano l’inizio della guerra civile. Un anno dopo l’uomo è già belva: ad Al Houla i corpi dei più piccoli vengono sbrandellati con le asce.
Secondo il dossier Ferite invisibili, pubblicato da Save the Children, oggi un bambino siriano su quattro soffre di disturbi mentali legati alla guerra. 5,8 milioni di loro sono ancora lì, sotto i bombardamenti. Affamati, come i figli di Madaya, città sotto l’assedio dell’esercito regolare in cui un chilo di riso costa 230 euro e ci si nutre di foglie, erba e acqua aromatizzata con spezie. Da altre zone, invece, si è riusciti a correre via. Ma non vuol dire niente.
A Siracusa arriva un padre, solo, tra i singhiozzi di chi ha dovuto gettare ai pesci il corpo della figlia morta di diabete sul barcone, dopo che i trafficanti lo avevano costretto a fare altrettanto con lo zainetto delle medicine durante la traversata. Storie che sbarcano sulle coste d’Italia e presto vengono divorate dalla fretta quotidiana: “Se ne parla un po’ quando si parla di emergenza profughi, anche se per noi la vera emergenza dovrebbe essere un’altra. Oppure spesso si parla di Siria per gli Stati Uniti, Trump, l’Isis, la Russia, la Turchia. Però dovremmo tutti ricordarci che in mezzo ci sono persone che mangiano e spesso non mangiano, che hanno paura e che muoiono. Persone che fino a qualche anno fa avevano una vita normale”.
Yara, vent’anni e l’Italia ormai come patria, pronuncia una frase che lapida le coscienze: “Avevamo detto ‘mai più’ e invece è ogni giorno”. Quando la sento provo vergogna.