General

Il Jobs Act è un flop: ecco il nuovo piano del governo

20 Settembre 2016

Le assunzioni stabili crollano. E l’Inps ha un buco di 3 mld. La riforma ha fallito. Così Renzi fa dietrofront: si torna a tagliare il cuneo fiscale. Due strade possibili.

Il governo rottama il Jobs Act. E lo fa nel giorno in cui l’Inps certifica che quanto speso finora in detassazione e decontribuzione, cioè quasi 10 miliardi di euro in due anni, non è bastato per invertire la tendenza sull’occupazione.
Se i voucher venduti (84,3 milioni) sono aumentati del 36,2% rispetto a 12 mesi fa, i 298.327 contratti a tempo indeterminato rappresentano soltanto un terzo delle assunzioni registrate dall’inizio dell’anno. Senza contare che, sempre nell’arco di un anno, il rapporto tra nuovi lavori stabili e licenziamenti (il saldo è di 76.324 unità) è crollato dell’83,5%.
IL BUCO DELL’INPS. Soltanto l’Inps si è ritrovata nel 2015 con 3 miliardi in meno di contributi versati.
Addio quindi agli incentivi per i nuovi assunti e ritorno – come fatto in passato dai governi Prodi e Berlusconi – al taglio tout court della parte fiscale sul lavoro.
Per tutti, non soltanto per i più giovani.
Il concetto era stato già ventilato dai ministri centristi del governo (Carlo Calenda ed Enrico Zanetti), ma a ufficializzare la linea è stato il numero due del Tesoro, Enrico Morando.
Cioè l’uomo di cui Renzi si fida di più in via XX settembre.
MORANDO DIXIT. «Gli sgravi sui neoassunti», ha spiegato, «sono stati efficaci e straordinari. Ma ora bisogna aprire una fase diversa e pensare a una riduzione strutturale del cuneo fiscale e contributivo con orizzonte 2018-19».
Come? Il viceministro dell’Economia ha parlato di «un’ipotesi cui stiamo lavorando e che io caldeggio molto sullo schema di quanto già fatto per l’Ires, cioè una misura scritta oggi ma che non scatta subito, bensì dal 2018».
Quindi, ha aggiunto che «se si intervenisse sul cuneo l’intervento sull’Irpef sarebbe già fatto».
Il governo lavora su un doppio binario

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini.


In realtà sono due le strade sulle quali starebbe lavorando il governo.
La prima, allo studio al ministero dell’Economia, prevede di ridurre la parte fiscale legata a Irap o Irpef.
Altri alleggerimenti potrebbero poi arrivare nell’ambito della contrattazione aziendale di secondo livello, quella legata alla produttività.
In quest’ottica il risultato sarebbe duplice: da una parte, far risparmiare qualcosa alle imprese sul salario lordo e incrementare il potere d’acquisto dei lavoratori; dall’altra, ridurre per le esangui casse del governo l’impegno ora previsto per decontribuzione e defiscalizzazione sui nuovi assunti, dimezzandolo.
Necessità sempre più impellente dopo che all’ultimo Consiglio europeo Angela Merkel e François Hollande si sarebbero rimangiati le promesse fatte a Renzi sulla concessione di nuova flessibilità.
L’IPOTESI NANNICINI. A Palazzo Chigi, più precisamente al nucleo per le riforme guidato dal sottosegretario Tommaso Nannicini, si studia un’ipotesi diversa: ridurre il peso contributivo per tutti i lavoratori, ma senza intaccare gli assegni pensionistici futuri.
Per recuperare i versamenti mancati, si starebbe pensando di convogliare verso questa direzione tutte le risorse oggi legate agli sgravi concessi attraverso detrazioni e deduzioni.
Diverse soluzioni, ma un unico obiettivo. Il tutto con il placet del mondo delle imprese.
Non a caso Emma Marcegaglia, già presidente di Confindustria e oggi alla guida di Eni e Luiss, ha fatto notare: «Secondo me è molto importante detassare e decontribuire il salario in azienda, che è quello che può permettere di pagare di più i nostri collaboratori e contemporaneamente aumentare la produttività delle imprese».
L’APPELLO DELLA CGIL. Ma potrebbe dare il via libera anche il sindacato.
Susanna Camusso ha lamentato che «si continua con politiche inefficaci: distribuire soldi a pioggia alle imprese, che poi non determinano investimenti. Il grande tema di cui ci si dovrebbe occupare è il crollo degli investimenti privati, la lentezza di quelli pubblici e la loro scarsa misura. Invece di continuare a distribuire risorse, sarebbe bene concentrarle su piani per il lavoro».
Anche per questo la sua Cgil ha chiesto a Renzi di aumentare la progressività per i redditi più bassi e introdurre una patrimoniale per finanziare la creazione di 600 mila posti tra pubblico impiego, ricercatori, start up, cooperative e manutenzione del territorio.