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Se il giornalismo (italiano) si dimentica dell’Africa

di Alessio Malvone, africarivista, 21 Aprile 2016.

Dal
6 al 10 aprile, si è tenuto a Perugia, il Festival del giornalismo,
rassegna unica nel suo genere e occasione per riflettere sulla
professione e sui media. Come nelle passate edizioni, però, anche
quest’anno, il programma prevedeva pochi appuntamenti per riflettere sul
continente africano.


Un’occasione persa per l’informazione, soprattutto perché un evento
del genere avrebbe potuto essere l’occasione per fare informazione su
tutto ciò che non viene raccontato nei media generalisti. 

Molte sono
state le conferenze e i workshop che si sono occupati di immigrazione e
terrorismo, ma nessuna ha raccontato dove nasce il fenomeno, perché,
quali sono i problemi di quei territori. 

Così come pochi sono stati gli
incontri sui problemi e sulle risorse del continente africano e, perché
no?, sul giornalismo africano e sulle possibili collaborazioni con
quello europeo. 

L’evento era cioè perfettamente in linea con la miopia
del giornalismo italiano, il quale (in parallelo con la politica) si
occupa dei problemi solo quando toccano il proprio territorio.



«Il tema dell’Africa subshariana – spiega Corrado Formigli,
conduttore di “Piazza Pulita”, trasmissione di approfondimento de “LA7”
è un grande tema di cui dovrebbero occuparsene di più i programmi
televisivi che vanno in onda quotidianamente. Noi facendo un programma
che va in onda una volta a settimana dobbiamo fare scelte e i problemi
sono essenzialmente di budget»

Sulla stessa linea, Marco Damilano,
«L’Espresso»: «Siamo in una situazione di budget limitati e le prime a
farne le spese sono le notizie dall’estero, si chiudono le sedi di
corrispondenza, c’è molta difficoltà a mandare gli inviati e l’Africa è
il continente che viene maggiormente dimenticato. Il paradosso: il mondo
è più globalizzato, ma noi lo raccontiamo di meno. 

L’unica soluzione
rimasta è il giornalismo freelance»

Per Barbara Serra, giornalista di
punta di «Al Jazeera», ci tiene però a sottolineare che il fenomeno è
prettamente italiano perché i media inglesi a differenza di quelli
nostrani, si occupata con continuità di tematiche africane.



La sensazione parlando con giornalisti di rilevanza nazionale e
internazionale è che tutti sono consapevoli del fatto che bisognerebbe
occuparsi di più di questo continente, ma cercano di passare la palla a
qualcun altro, nascondendosi dietro ai problemi economici o di audience.
Forse per far comprendere l’immigrazione e il terrorismo sarebbe bene
cominciare dal raccontare cosa avviene nei Paesi africani, quali sono i
problemi che stanno all’origine di tutto ciò e i media generalisti
avrebbero la possibilità di far uscire da una zona d’ombra un continente
che, invece, è pieno di luce. 

Il Festival del giornalismo poteva essere
l’occasione per fare tutto ciò e invece è stato solo il riflesso di un
certo provincialismo del giornalismo italiano.